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  mariopulimanti [ menestrello romano ]
         

Amo Roma. Sono nato a Testaccio e ho vissuto per molti anni alla Garbatella. Dal 1984, anno del mio matrimonio, vivo ad Ostia.


21 agosto 2018

I miei cani, amore puro

I miei cagnolini: Margot, Lupin, Neve e Nina. Questi piccoli piccoli vivaci cagnolini attendono la maggior parte del loro tempo in attesa che noi rientriamo a casa ogni giorno. È sorprendente quanto amore e gioie ci portino nella nostra vita.
Di che razza sono?Amore puro.
Ieri sera ero triste. Molto triste. Dopo aver avuto il cuore affranto per ore, approfittai del primo momento di solitudine per piangere molto amaramente. All’improvviso due testoline pelose emerse da dietro il cuscino, premendosi contro la mia faccia, sfregando orecchie e musetto contro di me con sensibile agitazione e asciugando le lacrime a mano a mano che scendevano. Erano Neve e Nina. Chi pensa che i cani non abbiano un’anima, non ha mai guardato un cane negli occhi.
L’amore di un cane è puro. Il cane ti dona una fiducia totale. Non tradirò mai i miei cagnolini. Anche se alcuni discepoli di Belzebù mi chiedono di farlo....
Margot, Lupin, Neve e Nina non si curano di chiedersi se io abbia torto o ragione; non gli interessano se io abbia fortuna o no, se sono ricco o povero, istruito o ignorante, santo o peccatore. Sono i miei compagni e ciò gli bastano. Loro mi saranno accanto per confortarmi, proteggermi e dare, se occorre, per me, la loro. Mi saranno fedeli nella fortuna come nella miseria. Sono i miei cagnolini!
È l'antica amicizia, la gioia di essere cane e di essere uomo, tramutata in un solo animale ("la antigua amistad, la dicha de ser perro y ser hombre convertida en un solo animal que camina moviendo seis patas y una cola con rocío." Pablo Neruda).
Lord Byron disse che “Il cane possiede la bellezza senza la vanità. La forza senza l'insolenza. Il coraggio senza la ferocia. E tutte le virtù dell'uomo senza i suoi vizi.”
Margot, Lupin, Neve e Nina cani sono il mio ponte di unione con il paradiso. Non sanno cosa sia il male né la gelosia né la delusione. Mi amano, e basta.




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18 agosto 2018

GABRIELE ED ALESSANDRO, IN BOCCA AL LUPO!

Mio figlio Gabriele sta studiando epr diventare Notaio. certo che in una nazione diversa dalla nostra non avrebbe problemi. In una nazione, cioè, dove primeggia la meritocrazia e non la raccomandazione. Stesso discorso vale per l'altro mio figluio Alessandro, grande letterato, che probabilemnte dovrà emigrare all'estero per trovare lavoro. Qui In itralia non cìè posto per chi merita, ma solo per chi è raccomandato. Basta vedere quello che è successo a me nell'ambito del mio lavoro. Fortunatamente tra poco andrò in pensione e non vedrò più le ingiustizuie colossali che orbitano davanti ai miei occhi in ufficio. Del resto l'Italia, senza più scuola, con moda, design e persino lo sport in declino, con una classe politica sempre più imbelle, è tornata ad essere, come diceva il Principe di Metternich, espressione geografica. La sua industria è stata svenduta dal neo-capitalismo, alleato a politici senza scrupoli. Offesa anche nell'Ambiente, dell'Italia forte e prospera di mezzo secolo fa non resta più nulla.Il 2 agosto 1847 il principe di Metternich, ministro degli Esteri dell’imperatore d’Austria, scrisse al conte Dietrichstein: «La parola Italia è una espressione geografica, una qualificazione che riguarda la lingua, ma non ha il valore politico che gli sforzi degli ideologi rivoluzionari tendono a imprimerle». Sono passati 171 anni ma penso che sì, sia proprio così, oggi il Principe di Metternich avrebbe sacrosanta ragione: l’Italia è un’espressione geografica. Da una classe politica imbelle, ma abilissima a curare i propri interessi materiali, e da un neo-capitalismo ingombrante, arido, legato in modo perverso al potere politico, l’Italia è stata in questi ultimi anni svenduta, sfruttata, offesa, sfigurata. Svenduta a Cina, Francia, Germania; sfruttata appunto da politici senza scrupoli, offesa e sfigurata da neo-palazzinari senza un grammo di gusto, senza un briciolo di senso estetico. L’Ambiente stesso ha ricevuto colpi durissimi, basti pensare al progetto ferroviario Torino-Lione, il famigerato TAV, sprovvisto di ogni carattere di ordine pratico, caldeggiato, imposto da conventicole di affaristi legati (ci risiamo) a una classe politica che per il proprio indecente protagonismo, la propria rumorosa invadenza, i propri, osceni appetiti monetari; dovrebbe soltanto vergognarsi di se stessa – se solo avesse una coscienza. Se fosse sensibile al sacro principio del ravvedimento…L’Italia di cinquanta o sessant’anni fa rappresentava un Paese all’avanguardia in vari settori. All’avanguardia nella petrolchimica, nella lavorazione della gomma, nell’industria automobilistica, nel Design (non ancora chiamato così), nelle comunicazioni sia stradali che telefoniche, all’avanguardia nell’urbanistica, nel sistema scolastico influenzato da provvidenziali aspetti sociali quali la refezione ogni mattina fra le 10 e le 11: latte, pane, burro e biscotti per gli scolari italiani, ricchi o poveri che fossero, dal Trentino alla Sicilia. L’Italia di allora che, pur uscita dalla catastrofe della Seconda Guerra Mondiale, bene o male sapeva accudire i propri figli, ed era, ed è, terra priva di materie prime.Che cosa resta di quell’Italia? Nulla. La Nazione se la sono mangiata, a quattro palmenti, non tanto i democristiani, i socialisti, i repubblicani del periodo 1946-1992, quanto i millantatori che sull’onda di Mani Pulite (1992-1993) pretesero di farci credere d’essere “portatori” di “giustizia”, “onestà”, “meritocrazia”: tutto il contrario, come s’è visto. Con Mani Pulite venne sancito, venne avallato, il saccheggio dell’Italia. Si spalancarono le porte a un’iniziativa privata gaglioffa, volgare, perfino becera. Si fecero ponti d’oro a cinesi e indiani i cui “negozi” sfigurano il centro di Roma; sfigurano, con le loro orrende chincaglierie, Corso Vittorio Emanuele, Via Ostiense, Via Marmorata, Via del Corso, e chi più ne ha, più ne metta. Ma s’intende: dobbiamo gelosamente conservarcela la patente di Paese “civile”, “democratico”: quindi, porte aperte a chiunque, ci mancherebbe altro. Questa è la via che porta alla rovina; la via che porta alla sparizione dell’Italia costruita, bene o male, negli ultimi cent’anni.Il timbro italiano è anch’esso sparito. Sparito nella Moda, sparito nell’edilizia e nell’urbanistica; sparito anche nel Cinema. La nostra edilizia attuale è una paccottiglia di cattivo gusto, di orrenda pretenziosità. La nostra urbanistica, inaugurata negli anni Settanta, è un insulto alle esigenze, alle necessità dell’essere umano. Nel panorama cinematografico non c’è un Visconti, non c’è un Pietrangeli, un Germi, un Emmer, un Bolognini. Nella Moda è scomparsa la grisaglia, fresca, assai fresca. Scomparsi il Tweed e il Cachemire. La Gabardina e la Flanella… Non restano che “tessuti” di natura sintetica… L’insulto al Bello.Certo che oggi l’Italia è un’”espressione geografica”. Il suo Governo nulla conta nel quadro internazionale: non conta nemmeno come “l’asso di picche”. Il suo Sport, nemmeno a parlarne: un disastro la mancata partecipazioneai mondiali di calcio, per non parlare dell’Atletica un tempo dominata da Mennea, Tilli, Pavoni; dalla Simeoni, dalla Dorio.L’Italia è perciò tornata una espressione geografica! Del resdto l'Italia è un paese nato dalle corporazioni (termine in realtà moderno per indicare le arti). E' infatti un dato acquisito che non può essere rilevata una chiara e diretta continuità con le istituzioni del mondo classico. La diffusa comparsa delle arti – prevalentemente nelle città dell’Italia centro-settentrionale e con tratti distintivi abbastanza generalizzati – è infatti da collocare nella piena età comunale. Le forme di associazionismo artigiano attestate prima del secolo XII erano organismi controllati dall’autorità pubblica, circoscritti ai pochi ambiti lavorativi ritenuti fondamentali per la sussistenza della società cittadina, e risultano limitati a un numero ristretto di centri urbani. Solamente dal terzo decennio del secolo XII, con tempi e sviluppi che variano da contesto a contesto, cominciarono a comparire associazioni artigiane su base volontaria. Collegate in taluni casi con i sodalizi confraternali, queste associazioni erano svincolate dall’autorità pubblica: una novità che testimonia la capacità degli appartenenti ai mestieri di organizzarsi in forme istituzionali proprie e di codificare in piena autonomia norme comportamentali, rese esplicite dalla redazione di statuti. Proprio questi statuti lasciano trasparire come le corporazioni esercitassero un’autorità su di un largo spettro di ambiti e prerogative, a partire dalle relazioni fra i singoli, grazie all’elaborazione di codici etici, fino al disciplinamento del quadro sia della produzione di beni e sia dell’approvvigionamento di materie prime. Non solo, le arti si ponevano come organismi preposti al regolamento delle strutture lavorative, soprattutto nella salvaguardia e nella trasmissione del sapere tecnico attraverso la regolamentazione dell’apprendistato. A questa autorità decisionale va aggiunto l’aspetto religioso, solidale e assistenziale, espletato attraverso il già citato collegamento con le confraternite religiose. L’autorità assunta dalle arti e in particolare la loro funzione di coordinamento e di sostegno delle singole botteghe sollecitavano un’adesione pressoché generalizzata, nonostante in questa prima fase l’iscrizione all’arte non fosse obbligatoria al fine di esercitare un mestiere.Già a partire dal pieno secolo XII, dunque, le corporazioni assommarono un potere sia economico – attraverso la gestione del settore produttivo, spazio vitale per l’economia cittadina – sia giurisdizionale. L’assunzione di tale connotato quasi pubblico da parte delle corporazioni rese necessario l’instaurarsi di un rapporto dialettico con le istituzioni di governo. Le arti cominciarono così ad acquisire una valenza politica – espressa con modalità ed esiti diversi da città in città – che si avverte già verso la metà del secolo XII.Comunque il potere economico assunto dalle arti non necessariamente implica uno sviluppo sul piano politico. Se vi furono realtà come Firenze dove le arti guadagnarono l’accesso al potere e mantennero la responsabilità assistenziale attraverso la gestione degli ospedali della città, dal lato opposto dello spettro, in una città pur economicamente importante come Milano, i paratici non riuscirono a trovare un sbocco politico, mentre in altre realtà, come Venezia, nonostante la forte e pervasiva presenza delle associazioni di mestiere che si intersecavano alle confraternite religiose la precoce affermazione del ceto mercantile e la subordinazione delle arti alla magistratura della Giustizia Vecchia mantenne saldamente in equilibrio i poteri, frenando qualsiasi pretesa da parte delle arti.Va comunque detto che la storiografia ha sottolineato come le corporazioni uscissero trasformate da questa continua dialettica con le istituzioni cittadine: già a partire dagli ultimi decenni del secolo XIII le arti cominciarono a essere ordinate a seconda del peso politico esercitato da ciascuna. Contestualmente cominciarono a perdere il connotato solidaristico delle origini e si trasformarono in organismi con un assetto interno nettamente verticistico. A questa progressiva gerarchizzazione interna contribuirono anche le particolari congiunture economiche di metà secolo XIV che resero necessaria una più accentuata difesa degli spazi d’azione di quanti già appartenevano alle arti. La chiusura è ravvisabile nella tendenza a porre severe limitazioni all’accesso alle corporazioni – e di conseguenza all’esercizio dei mestieri e alla mobilità sociale – a quanti non facevano parte dei nuclei familiari degli iscritti all'arte. Le corporazioni si trasformarono così in gruppi privilegiati; una posizione che tuttavia sarà frenata con l’ascesa delle signorie cittadine e la successiva transizione verso gli stati territoriali. Le istituzioni corporative, ormai considerate come un freno all’autorità pubblica o come un valido strumento per attuare una strategia di controllo sul territorio, cominciarono a subire una politica volta a limitarne l’autonomia.E' così, difatti. l'Italia L'Italia è sempre stato un Paese "incompiuto": il Risorgimento incompleto, la Vittoria mutilata, la Costituzione inattuata, la democrazia incompiuta. Inftti l’Italia è il porto franco di un paese franco. Un’espressione geografica in cui si possono scaricare migranti presi direttamente dagli scafisti, senza alcuna autorizzazione e senza alcun controllo. La missione delle Ong è racchiusa in un motto elegante: «Fuck Italia» (Fanculo Italia). Non un soccorso, doveroso sempre e comunque. Una consegna.Come fosse un carico di sigarette o di stupefacenti. In questo modo quei bravi giovani delle Ong non salvano migranti in pericolo: portano clandestini nell’«espressione geografica» d’Europa alimentando le cospicue risorse economiche degli scafisti, che rappresentano ormai – grazie al laissez faire, al laissez passer troppo a lungo consentito dall’Italia – una formidabile lobby finanziaria e politica. Finora soltanto un paio di Ong hanno firmato il nostro protocollo. Le altre dicono: mai persone armate a bordo. Si dà il caso che le persone armate siano della polizia di uno Stato che ha il pieno diritto di conoscere chi gli viene in casa e con quali modalità arriva. Su questo il governo deve essere fermissimo. Nessuna nave che non rispetta queste regole deve poter attraccare nei nostri porti. Dobbiamo insomma diventare più protagonisti a difesa dei nostri interessi nazionali per ridurre il numero di quelli che ci considerano una pur importante «espressione geografica».Per poter ridare una speranza concreta anche ai nostri giovani che cercano lavoro.Gabriele e Alessandro, in bocca al lupo!Mario Pulimanti (Lido di Ostia -Roma)




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17 luglio 2018

l'Atletico Madrid ha vinto il mondiale russo

Sono un tifoso dell'Atletico Madrid e posso dire che la mia squadra può sorridere, in maniera convinta, dopo il Mondiale di Russia: sono davvero tante le stelle che hanno brillato di luce propria durante la competizione iridata, che si è conclusa con la vittoria della Francia ma che ha visto davvero tanti colchoneros mettersi in evidenza. I tre campioni del mondo, certamente, ma non solo: se Antoine Griezmann si è consacrato come uno dei calciatori più completi e forti del pianeta, al suo fianco si è espresso al meglio un talento come Lucas Hernandez, titolare fisso sulla corsia mancina, mentre Deschamps non ha avuto bisogno dell'apporto di Thomas Lemar, che pure era stato il grande colpo della Liga prima dell'inizio delle ostilità in Russia. Grande esperienza in Russia per Diego Godin e José Maria Gimenez, che hanno costruito un vero muro per l'Uruguay, in grado di fermare persino Cristiano Ronaldo. Sebbene a Madrid Simeone non li usi sovente insieme, questo Mondiale ha confermato un affiatamento super che potrebbe fare molto comodo ai colchoneros. Sebbene sia stata la Francia a ottenere coppa e gloria, quello appena concluso è stato senza dubbio anche il Mondiale della Crozia: Sime Vrsaljko ha disputato sette gare di altissimo livello, confermando uno degli esterni più capaci d'Europa e non solo. Bene anche il collega Filipe Luis, che ha raccolto l'eredità di Marcelo dopo l'infortunio, mentre chi non ha certo brillato sono proprio gli spagnoli Saul (mai utilizzato dopo un Europeo Under 21 stellare) e Koke, che avranno comunque modo di rifarsi con il club. Molto meglio, anche se il suo Mondiale è durato poco, Diego Costa. Aúpa Atleti siempre! Mario Pulimanti (Lido di Ostia –Roma) Soy un fan del Atlético de Madrid y puedo decir que mi equipo puede sonreír, tan convencido, después de la Copa Mundial de Rusia: hay tantas estrellas que han brillado espléndidamente durante la competición Campeonato Mundial, que terminó con la victoria Francia, sino que realmente se ha visto muchas colchoneros salir. Los tres campeones del mundo, sin duda, pero no sólo si Antoine Griezmann se consagró como uno de los jugadores más completos y fuertes en el planeta, a su lado se expresó mejor un talento como Lucas Hernández, papel regular en el carril de la izquierda, mientras Deschamps no tenía necesidad de ingesta de Thomas Lemar, que también había sido un gran éxito en la Liga antes del comienzo de las hostilidades en Rusia. Gran experiencia en Rusia por Diego Godin y José María Giménez, que han construido un muro real para Uruguay, incapaz de detener incluso Cristiano Ronaldo. A pesar de que Simeón en Madrid no se utilicen con frecuencia juntos, esta Copa Mundial ha confirmado una armonía súper que podría hacer muy conveniente para colchoneros. Si bien era la Francia para conseguir la copa y la gloria, la que acaba de terminar no hubiera sido sin duda el Mundial Crozia Sime Vrsaljko ha jugado siete partidos al más alto nivel, lo que confirma uno de los más capaces en Europa y no sólo externa. También buen colega Filipe Luis, que recogió el legado de Marcelo después de la lesión, mientras que los que ciertamente no son precisamente el brillo españoles Saúl (nunca utilizado después de un estelar de Europa Sub-21) y Koke, que todavía tendrá una forma de reconstruir con el club. Mucho mejor, aunque su mundo no duró mucho tiempo, Diego Costa. Aupa Atleti siempre! Mario Pulimanti (Lido di Ostia -Roma)




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15 giugno 2018

Violenza a Ostia Ponente (Nuova Ostia)

Violenza a Ostia Ponente (Nuova Ostia) Episodi di violenza a Ostia Ponente sono all’ordine del giorno. Cassonetti bruciati. Giornalisti aggrediti e minacciati. Basti pensare, ad esempio, alle angherie subite da Federica Angeli, cronista di Repubblica che vive sotto scorta da tanto tempo o l’aggressione nei confronti di Daniele Piervincenzi, cronista della trasmissione tv Nemo, che è finito all’ospedale con il naso fratturato. Ostia Nuova, che sembra Scampia, nel totale controllo dei clan. Ma siamo a Roma. E al posto di Gomorra, hanno girato invece Suburra. L’altra mattina anche io, in quella zona, sono stato vittima di un episodio di prepotenza. Infatti, mentre passeggiavo sul Lungomare Duca degli Abruzzi con i miei piccoli Jack Russell, Margot e Lupin sono stato selvaggiamente aggredito prima verbalmente poi anche fisicamente davanti alle macerie del chiosco Punta Ovest, sul lungomare di Ponente di Ostia, da un individuo che staziona stabilmente in questa struttura illegittima abbattuta dalle ruspe, seduto su una vecchia sedia tra travi sporgenti, ferri arrugginiti ed immondizia. L'energumeno si lamentava (in modi violentemente aggressivi, prima con le parole e poi con le mani) del fatto che Margot aveva osato calpestare una aiuola adiacente alla spiaggia (Margot lo aveva fatto per inseguire una lucertola, ma io l'avevo prontamente ripresa). A questo punto ritengo che sia necessario sconsigliare a tutti di frequentare la zona Ponente di Ostia, cioè la Nuova Ostia strappata ai clan e alla mafia, da sempre preda di abusi e lassismo. Tanto è verto che sono ora fortemente convinto che Ostia Ponente sia un quartiere ghetto, teatro dello spaccio, del degrado, della criminalità ai livelli d Secondigliano, Scampia, Forcella e i Quartieri Spagnoli a Napoli, Librino a Catania, Quarto Oggiaro a Milano, Begato a Genova, Corviale a Roma, Arghillà a Reggio Calabria, Zen a Palermo e San Paolo a Bari. A Ostia Ponente servono molte persone come Federica Angeli. Difatti l’informazione, libera e coraggiosa, può e deve essere un alleato prezioso per chi questo territorio prova a cambiarlo, impegnandosi per l’avanzamento dei diritti delle persone, strumento imprescindibile per sottrarre spazio alle mafie e ai loro fiancheggiatori. Altrimenti, per non subire atti di violenza come quello che io ho subito l’altro giorno, sono obbligato ad andarmene. Per non invecchiare in una Ostia che ad un chilometro da Piazza Anco Marzio, il salotto buono della città, c’è un territorio e un reticolo di strade (piazza Gasparri, Via Forni, Via Cagni, ex chioschi di Lungomare Duca degli Abruzzi vicino al Porto) dove lo Stato non c’è ed è tutto in mano alla mafia. Mario Pulimanti (Lido di Ostia –Roma)




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12 febbraio 2018

I miei cani. Arcobaleni d’amore.

I miei cani. Arcobaleni d’amore. Margot e Lupin sono sinceri. Non mentono, non ingannano, non tradiscono. Sono generosi. Altruisti. Hanno fiducia. Se li guardo negli occhi, non dubito che abbiano un’anima. Nell’abbaiare di Margot e Lupin cerco di capire ciò che vogliono dire. E li comprendo sempre. Come loro mi capiscono e mi vogliono bene. Se a loro è stata tolta la parola, hanno ottenuto per compenso il grande dono. L’unico e immenso della fedeltà. Corrono. Inseguono le lucertole. Orinano sopra un sasso. Mi regalano la punta del loro musetto. Mi donano il loro cuore. Ed ora hanno 4 figlie: Neve e le sue sorelline. Le mie piccole cucciolotte: quattro battiti di cuore ai miei piedi. Solo Neve resterà con me. Le altre tre dovrò darle via. A malincuore. Margot. Lupin. La piccolissima Neve. Mi sono anche accorto che addirittura sbadigliano quando sbadiglio io! Ieri, passeggiando con loro sul lungomare di Ostia, ad un amico che mi ha chiesto: “Ma che bei cani, di che razza sono?”, io ho risposto: “Amore puro”. Purtroppo la vita dei cani è troppo breve. Questa è la loro unica, vera colpa. Per quanto possano sembrare giovani, invecchiano più in fretta di me. Otto a uno, dicono sia il rapporto. Qualunque sia il numero, mi supereranno un giorno e mi staranno davanti. Quando accadrà -il più tardi possibile- vorrei che Margot, Lupin e Neve venissero sepolti accanto a me. Mario Pulimanti (Lido di Ostia –Roma)




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4 ottobre 2017

Cani aggressivi liberi e giocondi senza guinzaglio ad Ostia

Abito a Ostia e amo i cani. Esistono tante forme di amore. Quello romantico, quello materno. Ma se esiste un amore incondizionato al di là di vincoli di sangue e tornaconti è sicuramente quello verso i nostri animali domestici. Chi non ha a casa un cane o un gatto non lo può capire. E' davvero una questione sorprendente. Un animale non ti chiede nulla ma ti ama più di tutto. E non ti lascia mai solo. Così stamattina ho pensato bene di farmi una salutare passeggiata sulla spiaggia sotto casa mia con i miei due cagnolini Margot e Lupin. Sono una coppia di Jack Russell Terrier. E sono particolarmente intelligenti, attivi, agili e veloci. Ovviamente Margot e Lupin sono sempre al guinzaglio. Solo a casa glielo tolgo. Fuori casa, mai! Ho notato però che, a differenza di Margot e Lupin, molti cani sono senza guinzaglio e corrono liberamente, anche se per legge dovrebbero stare sempre al guinzaglio, potendo essere liberati solo nelle apposite aree cani. Purtroppo, all’altezza della spiaggia Faber Beach Lupin è stato aggredito da un cane di razza meticcia che, senza guinzaglio, si è fiondato addosso al mio cane appena l'ha visto. La zuffa è avvenuta nel giro di pochi attimi. Ho lasciato Margot e preso in braccio Lupin per difenderlo e così mi sono trovato l'altro cane addosso, che mi ha anche morso. Insomma un groviglio, col padrone dell'altro cane che ci ha messo il suo tempo ad afferrare e togliere di mezzo il suo cane molto più grosso rispetto a Lupin. Tra l’altro il padrone del meticcio se ne é andato via dicendo che dal 1 ottobre i cani possono passeggiare sulle spiagge. “Sì, ma con il guinzaglio” gli ho inutilmente risposto, mentre quello mi ha mostrato, con un gesto tipicamente americano, il dito medio. Bè, che dire…me la sono cavata con grande paura ma poco danno. Comunque tutti i cani di qualsiasi razza o taglia devono essere sempre accompagnati al guinzagli e la non osservanza comporta una sanzione amministrativa di 50€, se poi il cane per caso provoca un incidente o mette a repentaglio l'incolumità pubblica il proprietario sarebbe tenuto a risarcire i danni causati e il proprietario riceverebbe una condanna penale. Tenere il cane al guinzaglio è un atteggiamento di civiltà e di rispetto verso coloro che possono risultare spaventati dall'animale in libertà. Spesso accade di vedere bambini, ma anche anziani, atterrirsi al passare vicino ad un cancello dove il cane (pur rinchiuso) abbaia all'improvviso. Figuriamoci se lo trovassero di fronte, senza guinzaglio. È capitato ancora di persone che, impaurite dal ringhiare improvviso di un cane, si sono agitate e sono cadute per terra. Ecco perché i cani vanno tenuti al guinzaglio e, pur con quella dose di buon senso e di tolleranza che deve sempre animare il vigile e il tutore dell'ordine capace di misurare il valore delle cose e contestualizzare le circostanze, è giusto che i proprietari di animali vengano richiamati al rispetto delle regole, e quindi a tenere al guinzaglio il loro “amico”. Così come del resto faccio sempre io, con Margot e Lupin. Portare i cani senza guinzaglio è un comportamento da padroni incoscienti, in alcuni casi, sprovveduti in altri, bulli di periferia in altri ancora. Questa gente non si rende conto del pericolo che si corre portando il proprio cane sciolto. Ad un incontro tra cani le reazioni possono essere incontrollabili e non gestibili......certo quando poi i padroni sono i bulletti di quartiere ogni riferimento alla ragione rimane privo di fondamenta! Mario Pulimanti (Lido di Ostia -Roma)




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4 ottobre 2017

Separatismo catalano

Al referendum in Catalogna ha vinto il “sì”. Il governo catalano ha annunciato che il 90% di quanti hanno partecipato alla consultazione non autorizzata da Madrid ha scelto l'indipendenza. Secondo fonti del governo catalano, 2,26 milioni di persone - su oltre 5,3 milioni di elettori - hanno partecipato alla consultazione referendaria. 2,02 milioni hanno risposto “sì” alla domanda: “Vuoi che la catalogna diventi uno Stato indipendente sotto forma di Repubblica?”. 176.000, invece, il totale di chi ha votato “no”. Numeri che non raggiungono la maggioranza assoluta e su cui forse ha influito la chiusura di 319 seggi da parte della polizia nazionale. Il referendum è stato effettuato perché in precedenza il Parlamento catalano, insistendo su un percorso basato esclusivamente sul fomentare la rabbia nei confronti di Madrid, aveva votato a favore di una risoluzione per la secessione della Catalogna dal resto della Spagna. I separatisti catalani ora stanno così per fare un favore all’Unione Europea che riuscirebbe a disintegrare uno dei più grandi stati europei e inoltre potrebbe anche liberarsi dalla monarchia spagnola. Se la Catalogna dovesse malauguratamente ottenere l’indipendenza, potrebbe verificarsi un effetto domino a livello europeo. Infatti, subito dopo la Catalogna potrebbe esserci la spartizione del Belgio (cosa che consentirebbe la nascita della città-stato di Bruxelles che sarebbe così l’ideale capitale europea), poi Veneto e Sardegna, Bretagna e Corsica, Baviera e la regione ungherese della Romania. Tutto questo è contornato dall’attuale crisi di credibilità ed economica della Germania che è stata usata come baricentro dell’attuale Unione Europea, per completare la cessione di sovranità ma che adesso deve essere abbattuta per consentire la nascita di un superstato europeo omogeneo senza una nazione che spadroneggi sulle altre. Infatti questo superstato sarebbe incompatibile con grandi stati nazionali e soprattutto con delle monarchie interne, come quella spagnola. Inoltre i nuovi stati europei come la Catalogna, per normalizzare la propria situazione economica, vorrebbero rientrare subito nell’Unione Europea, finendo anche con l’accettare condizioni molto più dure da Bruxelles, come grandi cessioni di sovranità e la perdita del diritto di veto. Se la Catalogna dovesse ufficializzare l’indipendenza, sarei molto dispiaciuto. Io sono vicino al movimento degli Indignados, ma sono anche ideologicamente però contrario all’indipendenza della Catalogna nonché di passate origini materne castigliane e convinto, peraltro che il separatismo finirebbe con essere funzionale all’Eurocrazia. Perciò sarei contento se il governo centrale potesse eventualmente tagliare la liquidità alle banche catalane, chiudendo le frontiere, ostacolando gli scambi commerciali e dichiarando illegale il processo d’indipendenza. Questa strada potrebbe essere intrapresa per bloccare sul nascere la spinta indipendentista e impaurendo i catalani, cercare di far cadere il governo separatista. Mario Pulimanti (Lido di Ostia -Roma)




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7 settembre 2017

Il calcio spagnolo più divertente di quello italiano

Il calcio spagnolo più divertente di quello italiano Da 40 anni abito ad Ostia, “il mare di Roma”, che adoro. Per me è il più bel posto del mondo. Difatti mi piace molto il mare. Per di più apprezzo Nicole Kidman. Mi diverte anche andare al teatro ed al cinema. Amo il mio libero arbitrio, il jazz e le mie infinite miserie. E sono un colchonero, innamorato di Koke (tifo appunto per l’Atlético de Madrid). In realtà ho passate origine materne castigliane. Però, da parte paterna, sono un italiano doc. Papà, come del resto mia moglie, era infatti nato a Collevecchio, un bel paese sabino in provincia di Rieti. Quindi, benché colchonero, vorrei aggiungere qualche mia piccola considerazione sulla sconfitta rimediata dall'Italia in Spagna, anche se in fin dei conti non mi sembra ci sia spazio per molte divagazioni o filosofie. Come si è visto in campo, i nostri talenti, alcuni forse un po' presunti, non valgono i talenti iberici, come Koke, Isco o Diego Costa. Non è un problema di schemi, ma di qualità dei singoli. Quelle degli spagnoli sono spesso buone e talvolta eccelse; le nostre qualche volta buone, spesso mediocri. Non c'è molto altro da dire. Purtroppo temo che le valutazioni stellari di alcuni giocatori ci fanno dimenticare che per fare di un buon calciatore un campione non bastano le quotazioni stratosferiche pilotate magari da qualche scaltro agente. Serve anche altro. Classe, tecnica e spirito di squadra. Nella nostra Nazionale c'è troppo poco di tutto questo. Mi diverto, perciò, di più a seguire le partite dei miei “indios”. Noi tifosi Colchoneros siamo una comunità “rosso bianca” leale ed orgogliosa. Infatti l'Atletico è il club della classe operaia di Madrid: lo stemma ne rappresenta l'essenza. Il bianco e il rosso a strisce sulla maglia derivano dal fatto che, tempo fa, le divise erano facilmente ricavabili dai fondi dei materassi (di quel colore). Perciò, “AUPA ATLETI!”, come canta anche Joaquín Sabina, poeta degli eccessi e delle battaglie perse nonché, come me, fervente tifoso dell’Atletico Madrid. Mario Pulimanti (Lido di Ostia-Roma)




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29 agosto 2017

Un cane per amico

Un cane per amico Esistono tante forme di amore. Quello romantico, quello materno. Ma se esiste un amore incondizionato al di là di vincoli di sangue e tornaconti è sicuramente quello verso i nostri animali domestici. Chi non ha a casa un cane o un gatto non lo può capire. E' davvero una questione sorprendente. Un animale non ti chiede nulla ma ti ama più di tutto. E non ti lascia mai solo. Io ho una coppia di Jack Russell Terrier: Margot e Lupin. Piccoli, veloci, agili, intelligenti, vivacissimi. La loro vita è iniziata e finirà con me. Ogni volta che mi rivedono, anche se mi allontano pochi minuti, mi salutano come se fossi stato via mesi. Sono gelosi di me, vogliono stare con me. Per questo non posso immaginare di amare qualcuno di più. Margot e Lupin spesso mi portano i loro giochi preferiti non perché vogliano giocare con me: questo gesto nasconde un significato più profondo. Chiaramente è un atto d’amore in sé, ma loro mi vedono come un leader naturale, contano su di me per giocare. Loro pensano che questi giocattoli mi piacciano tanto quanto a loro, quindi vogliono condividerli con me. Quando mi guardano dritto negli occhi è come se volessero darmi un abbraccio. Loro dormono con me: vogliono essermi vicino a tutti i costi, perché sanno che sono sempre pronto a vegliare su di loro durante la notte. Gli animali si sentono vulnerabili quando dormono, e il fatto che i miei cagnolini mettano il loro destino nelle mie mani è un segno importante di fiducia. Margot dorme addirittura attaccata a me: questo è un importante simbolo d’affetto. E’ la prova che pensa che io sia lì per proteggerla e tenerla al sicuro! Margot e Lupin mi leccano la faccia. Infatti tendono a venirmi incontro ogni volta che possono e vogliono giocare tutto il tempo con me. E’ come se mi stessero dicendo: “Io so che ci ami… e ti amiamo anche noi”. Inoltre tendono a muovere maggiormente il sopracciglio sinistro. Mi hanno detto che questo è l’indicatore massimo d’affetto. Come il voler venirmi in braccio (soprattutto Margot). Ritengo che questo sia un segnale d’affetto importante: mi vogliono vicino per essere coccolati (in particolar modo subito dopo mangiato). Poi mi accolgono calorosamente appena rientro. Difatti solo a sentire il rumore dell’ascensore, Margot e Lupin cominciano ad agitarsi. Non vedono l’ora di rivedermi ed accogliermi nella nostra casa! Mi sono anche accorto che addirittura sbadigliano quando sbadiglio io! Ieri, passeggiando con loro sul lungomare di Ostia, ad un amico che mi ha chiesto: “Ma che bei cani, di che razza sono?”, io ho risposto: “Amore puro”. Purtroppo la vita dei cani è troppo breve. Questa è la loro unica, vera colpa. A questo punto mi viene in mente “l’Ode al cane”, un testo poetico molto struggente di Pablo Neruda che, definendo l’uomo e il cane due compagni, così termina: “È l'antica amicizia, la gioia di essere cane e di essere uomo, tramutata in un solo animale che cammina muovendo sei zampe ed una coda intrisa di rugiada”. Quando accadrà -il più tardi possibile- vorrei che Margot e Lupin venissero sepolti accanto a me. Mario Pulimanti (Lido di Ostia -Roma)




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22 agosto 2017

La pericolosa mancanza di appetito (la peligrosa falta de apetito)

La pericolosa mancanza di appetito Nel 2007, in vari punti delle città, troneggiava su grandi cartelloni pubblicitari una fotografia di Oliviero Toscani che riproduceva, nuda, una giovane attrice francese, che era stata bellissima ma che ormai era ridotta ad uno scheletro. Senza nessuna voglia di vivere. La modella francese si chiamava Isabelle Caro ed era appunto divenuta il più celebre simbolo dell’anoressia grazie ad una contestata campagna fotografica di Oliviero Toscani. Isabelle Caro morirà tre anni dopo, nel 2010, in ospedale in seguito a una polmonite, all'età di 28 anni. Era ridotta letteralmente pelle e ossa (pesava 31 chili per un’altezza di 1,64). Un anno dopo, tormentata dai sensi di colpa, la madre della modella si suicidò. Le foto di Isabelle Caro allora suscitarono scalpore e roventi polemiche. Prima di morire la modella aveva pubblicato un’autobiografia intitolata “La ragazzina che non voleva diventare grassa”. Queste foto colpivano, certo erano scioccanti, ma io le avrei fatte esporre anche in tutte le scuole per far vedere gli effetti dell'anoressia. Andava esposto in tutte le scuole, non ipocritamente nascosto. Non è difatti nascondendo la realtà che si risolvono i problemi. Comunque ritengo che spesso si sottovaluti il pericolo rappresentato dall’anoressia. Infatti, troppi restano abbagliati da una società che produce modelli sbagliati (si pensi a certe top-model), ma non insegna i valori veri della vita. Spinge al consumo, ma non spiega che occorre una alimentazione corretta. I mutamenti della società incidono sui giovanissimi, la mancanza di affetto spinge verso eccessi che non raramente passano attraverso l'odio per il cibo o l'eccessivo attaccamento al cibo. È un male sociale, terribile perché porta spesso alla morte. La malattia è più diffusa di quanto si creda. Agisce in maniera subdola, nascondendosi. Poi esplode all’improvviso. Spesso quando chi sta attorno se ne rende conto, è già difficile per intervenire, talvolta è troppo tardi. Il recupero è difficile, faticoso e lento. Sicuramente l'attenzione della famiglia è indispensabile, spesso è la scuola la prima ad avvertire il disagio e a informare i familiari. Da qualche tempo la stessa scuola prova a lanciare l'allarme, a far prendere coscienza agli alunni degli effetti devastanti della malattia. Ma la scuola non può svolgere tutte le funzioni richieste a una società distratta nei confronti dei giovani: educazione stradale, educazione sessuale, lotta alla droga, all'alcol, al cattivo uso del cibo, all'integrazione tra popoli, alla necessità di far convivere religioni diverse ecc. Allora ben venga tutto quello che dall'esterno serve a far riflettere su problemi così gravi. Il manifesto di Toscani era una sorta di manifesto della disperazione, se serviva anche solo a salvare una vita aveva già raggiunto il suo scopo dato che di anoressia si muore, forse troppo spesso. E queste morti il più delle volte passano in sordina, si fa finta di niente, forse perché è proprio la società stessa che promuove questi modelli estremi. Ragazze troppo giovani, spesso bambine, che trovano in questo stile di vita una consolazione, non riflettendo a cosa stanno andando incontro. Io ho la consapevolezza che questo male non è mai troppo distante, non lo possiamo considerare come un qualcosa che capita agli altri, a chi se lo cerca: è un fantasma presente più che mai nel mondo contemporaneo, contro cui si deve fare ancora molto, un fantasma che quando compare travolge e distrugge la vita del malato, ma rivoluziona anche quella di chi gli sta attorno. Mario Pulimanti (Lido di Ostia –Roma) ---------------------------------------------------------------------------------- La peligrosa falta de apetito En 2007, en varios puntos de la ciudad, domina en las grandes carteleras una fotografía por Oliviero Toscani que reproduce, nude, una joven actriz francesa, que era hermosa pero fue reducido a un esqueleto. Con ninguna voluntad de vivir. El modelo Franco Isabelle Caro fue llamado y era de hecho convertido en el símbolo más famoso de la anorexia gracias a una campaña de fotos controvertidas de Oliviero Toscani. Isabelle Caro muere tres años más tarde, en 2010, en el hospital después de una neumonía a la edad de 28 años. Fue reducido literalmente a piel y huesos (pesaba 31 libras y una altura de 1,64). Un año más tarde, atormentado por la culpa, la madre de la modelo suicidó. Fotos de Isabelle Caro entonces despertaban revuelo y acaloradamente. Antes de su muerte, el modelo había publicado una autobiografía titulada "La chica que no quiere convertirse en grasa." Estas fotos golpeados, algunos eran chocante, pero también expondría hecho en todas las escuelas para mostrar los efectos de la anorexia. Estaba expuesta en todas las escuelas, no escondida hipócritamente. No es ocultando la realidad de que los problemas se resuelven. Sin embargo, creo que el peligro de la anorexia es a menudo subestimado. De hecho, muchos permanecen deslumbrar por una empresa que produce los modelos equivocados (piense en cierta supermodelo), pero no enseña los verdaderos valores de la vida. Impulsa el consumo, pero no explica que necesite una nutrición adecuada. Los cambios en la sociedad afectan a los más jóvenes, la falta de afecto conduce a excesos que a menudo pueden pasar por el odio a los alimentos o el excesivo apego a la alimentación. Es un mal social, terrible porque a menudo conduce a la muerte. La enfermedad es más común de lo que se cree. Ella actúa sutilmente, escondiéndose. Entonces explota repentinamente. A menudo, cuando uno es consciente de ello, ya es difícil intervenir, a veces es demasiado tarde. La recuperación es difícil, tediosa y lenta. Sin duda, la atención de la familia es esencial, a menudo es la primera escuela de experimentar molestias y para informar a los miembros de la familia. Desde hace algún tiempo, la misma escuela intenta lanzar la alarma, para concienciar a los alumnos de los efectos devastadores de la enfermedad. Pero la escuela no puede llevar a cabo todas las funciones que requiere una sociedad distraída por los jóvenes: la educación callejera, la educación sexual, la droga, el alcohol, el mal uso de los alimentos, la integración entre los pueblos, la necesidad de coexistir Diferentes religiones y así sucesivamente. Entonces todo viene del exterior para hacerla reflexionar en problemas tan serios. El cartel de Toscani era una especie de manifestación de desesperación, aunque sólo tuviera que salvar una vida, ya había logrado su propósito a medida que la anorexia moría, tal vez demasiado a menudo. Y estas muertes a menudo van mal, no finges nada, tal vez porque es la misma sociedad que promueve estos modelos extremos. Las niñas que son demasiado pequeños, a menudo las niñas, que encuentran en este estilo de vida un consuelo, no refleja lo que se están metiendo. Tengo la certeza de que este mal no es nunca demasiado lejos, no se puede considerar como algo que sucede a otros, que si nos fijamos es un fantasma presentar más que nunca en el mundo de hoy, contra el que hay que hacer mucho, un fantasma que aparece cuando abruma y destruye la vida del paciente, sino también revoluciona la de los que le rodean. Mario Pulimanti (Lido di Ostia -Roma)




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7 agosto 2017

Cina ricca e antidemocratica -China ricos y antidemocrático

Cina ricca e antidemocratica La Cina in venti anni è passata dal decimo al secondo posto dell'economia mondiale. Difatti oggi la Cina ha una posizione economica molto forte. Eppure la Cina è ancora un Paese sostanzialmente povero. Infatti, il fatto che oggi la Cina sia diventata una superpotenza economica -considerato il suo PIL complessivo- non significa che i suoi cittadini siano diventati tutti ugualmente ricchi, visto che il reddito medio è pari a quello di alcuni paesi africani: 8 mila euro all’anno. Qualcuno, in Cina, è quindi per davvero diventato ricco prima degli altri. Ma non la maggior parte dei cinesi che infatti utilizza ancora gran parte del proprio stipendio per far fronte ai bisogni primari: mangiare, vestirsi, abitare. Un'economia con queste contraddizioni non potrebbe reggere se non ci fosse alle spalle un sistema politico fortemente autoritario. Di fatto la politica e l’ideologia di regime non sono cambiate. È cambiata l’opinione pubblica occidentale. Tanto è vero che il costo della democrazia non rientra negli oneri che l’antidemocratico e pesantemente corrotto Partito comunista al potere in Cina intende pagare. Di tutto ciò i Paesi occidentali sono consapevoli, ma avendo consentito, spesso nello spregio di molte regole, che la Cina raggiungesse un ruolo chiave negli equilibri dell'economia mondiale, oggi non possono che far buon viso a cattivo gioco. E interrogarsi per quanto tempo ancora il modello cinese, sintesi estrema di efficienza economia e democrazia limitata, potrà reggere. In ogni caso, anche se l’evoluzione economica in Cina dovesse continuare, nei prossimi anni non vedo democratizzazione. Mario Pulimanti (Lido di Ostia-Roma) ----------------------------------------------------------------- China ricos y antidemocrático China en veinte años ha pasado del décimo al segundo lugar en la economía mundial. De hecho, China tiene hoy una posición económica muy fuerte. Sin embargo, China sigue siendo un país pobre sustancialmente. En efecto, el hecho de que hoy en día China se ha convertido en una superpotencia económica -considerato su complessivo- PIB no significa que sus ciudadanos se han convertido igualmente rica, dado que el ingreso promedio es igual a la de algunos países africanos: 8000 euros a 'año. Alguien, en China, por lo que realmente se hizo rico antes que otros. Pero no el hecho de que la mayoría de los chinos todavía utiliza una gran parte de su salario para satisfacer las necesidades básicas: comer, vestirse, vivir. Una economía con estas contradicciones no podía soportar si había detrás de un sistema político altamente autoritario. De hecho, la política y la ideología del régimen no han cambiado. Se cambió la opinión pública occidental. Tanto es así que el costo de la democracia está más allá de los cargos que el antidemocrático y fuertemente sobornó al partido comunista en China tiene la intención de pagar. De todos los países occidentales son conscientes, pero después de haber permitido, a menudo haciendo caso omiso de muchas reglas, que China alcanzó un papel clave en el equilibrio de la economía mundial hoy en día sólo puede hacer el mejor de una mala situación. Y se preguntan cuánto tiempo más el modelo chino, la síntesis extrema de la eficiencia económica y la democracia limitada, podía soportar. En cualquier caso, incluso si la evolución económica de China fueron a continuar en los próximos años que no veo la democratización. Mario Pulimanti (Lido di Ostia-Roma)




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21 luglio 2017

L’economia spagnola migliore di quella italiana -La economía española mejor que la italiana

L’economia spagnola migliore di quella italiana La economía española mejor que la italiana L’economia spagnola migliore di quella italiana Negli ultimi anni la Spagna ha avuto una crescita tripla rispetto all’Italia: il Pil spagnolo è infatti nel 2016 e nel 2017 é aumentato del 4%. La Spagna ha fatto una politica di austerità, grazie alle riforme del lavoro che hanno dato mano libera agli imprenditore di fare quel che vogliono (facendo rimpiangere le leggi franchiste come un modello di garantismo). Invece in Italia, mentre infuria il periodo più nero della crisi, la politica di bilancio sottrae risorse all’economia, perché spende meno di quanto preleva. Comunque la finanza pubblica non è stata la sola differenza tra l’Italia e la Spagna. La ripresa spagnola è stata spinta soprattutto da due fattori: i consumi e le esportazioni. Una parte consistente di soldi pubblici sono andati in sussidi, e infatti il reddito disponibile è salito più in Spagna che in Italia. Inoltre gli spagnoli hanno risparmiato meno degli italiani (o, detto in altro modo, hanno mostrato una più elevata propensione al consumo). L’altro fattore sono state le esportazioni, che hanno avuto una crescita vivace, favorite dalla svalutazione interna: i rapporti commerciali della Spagna sono molto orientati verso l’America Latina, e quindi il paese non ha subito come in Italia le sanzioni alla Russia e la situazione problematica dei paesi del Nord Africa. Inoltre gli spagnoli hanno speso soprattutto all’interno, nell’alimentare, alberghi e pubblici esercizi, quindi le importazioni sono aumentate meno di quelle italiane. Un altro fattore di vantaggio della Spagna è stata una più ampia disponibilità di credito, derivante anche dal fatto che la crisi delle banche spagnole è esplosa subito, a causa della loro forte esposizione con la bolla immobiliare. Questo ha costretto Madrid a chiedere gli aiuti europei per oltre 40 miliardi di euro e ha sostanzialmente risolto il problema. I problemi bancari italiani sono figli più di una politica sbagliata (europea, ma anche italiana) che di altro. Insomma, la Spagna ha fatto una politica di successo dal punto di vista della crescita del Pil, unendo svalutazione interna e spesa pubblica (per mercati di esportazione, per la crisi bancaria esplosa al tempo giusto ed anche perché gli spagnoli hanno deciso di risparmiare meno e spendere di più). Il successo sul Pil è stato però pagato duramente dai lavoratori e soprattutto da chi il lavoro l’ha perso. Come al solito, i grandi capitalisti e banchieri fanno grandi guai, e i poveracci sono chiamati a rimediare. E poi non va sottovalutato il fatto che in Spagna sta lavorando molto bene una nuovo forza politica (che servirebbe anche in Italia, eccome). Sto parlando di Podemos che è stato fondato il 16 gennaio 2014 da Pablo Iglesias, che ne è tuttora il portavoce e membro più in vista. Iglesias, 35 anni, è uno scrittore, giornalista e accademico, ma è famoso in particolare per essere il presentatore di alcuni programmi di giornalismo televisivo e per essere stato spesso ospite di numerosi talk show politici spagnoli: è anche un ex membro del Partito Comunista Spagnolo. Iglesias è stato eletto al Parlamento europeo nelle ultime elezioni, le prime a cui ha partecipato il suo partito. Podemos ha ottenuto l’8 per cento dei voti, conquistando cinque seggi e diventando il terzo partito spagnolo appena quattro mesi dopo la sua fondazione. Il programma politico di Podemos è giustamente centrato sull’ambientalismo, sulla lotta alle grandi imprese, alle banche e alla finanza. Prevede incentivi alla piccola impresa, alla produzione locale di cibo, al trasporto pubblico e la nazionalizzazione di gran parte dei servizi pubblici. Podemos non si oppone soltanto all’attuale classe politica spagnola, che chiama “casta”, ma come Syriza di Alexis Tsipras in Grecia ha preso anche posizioni molto forti contro l’Unione Europea e la Germania, vista come la causa principale dell’attuale situazione economica del paese, facendo appello a tutte le forze che lottano contro il sistema, non soltanto a quelle che fanno riferimento all’area di sinistra. ¡Viva Podemos! Mario Pulimanti (Lido di Ostia –Roma) La economía española mejor que la italiana En los últimos años, España ha tenido un triple crecimiento en comparación con Italia: el PIB español es, de hecho, en 2016 y 2017 se ha incrementado en un 4%. España ha hecho una política de austeridad, gracias a las reformas laborales que han dado vía libre para el dueño del negocio para hacer lo que quieren (lo que nos arrepentimos de las leyes franquistas como un modelo garante). Pero en Italia, mientras que hace estragos el período más oscuro de la crisis, la política fiscal resta recursos a la economía, ya que gasta menos de lo que recauda. Sin embargo, la financiación pública no fue la única diferencia entre Italia y España. la recuperación de España ha sido impulsado principalmente por dos factores: el consumo y las exportaciones. Una gran proporción de dinero público fue en subsidios, y de hecho el ingreso disponible aumentó como España e Italia. Por otra parte, los españoles han ahorrado menos de la italiana (o, dicho de otra manera, mostró una mayor propensión a consumir). El otro factor fue exportaciones, que han tenido un fuerte crecimiento, impulsado por devaluación interna: las relaciones comerciales de España están muy orientados hacia América Latina, y entonces el país no ha sufrido como en Italia las sanciones a Rusia y la situación problemática de los países del norte de África. Por otra parte, los españoles han sido realizadas fundamentalmente en el interior, en la alimentación, hoteles y tiendas, y las importaciones aumentaron menos que los italianos. Otra ventaja del factor de España era más amplia disponibilidad de crédito, también se debe al hecho de que la crisis de la banca española se ha disparado de inmediato, debido a su alta exposición a la burbuja inmobiliaria. Esto ha obligado a Madrid a buscar la ayuda europea a más de 40 mil millones de euros y ha resuelto básicamente el problema. Los problemas bancarios italianos son más hijos de una política equivocada (europeo, sino también italiano) y de otra manera. En resumen, España ha hecho una política exitosa en términos de vista del crecimiento del PIB, la combinación de devaluación interna y el gasto público (para los mercados de exportación, la crisis bancaria explotó en el momento adecuado y también porque los españoles han decidido ahorrar menos y gastar más). El éxito del PIB fue, sin embargo, pagó caro por los trabajadores, y en especial por aquellos que trabajan a los perdidos. Como de costumbre, los grandes capitalistas y banqueros son un gran problema, ya los pobres se les llama para solucionarlo. Y no hay que subestimar el hecho de que España está funcionando muy bien una nueva fuerza política (que actuaría también en Italia, está bien). Estoy hablando de Podemos que fue fundada 16 de de enero de, 2014 Pablo Iglesias, que sigue siendo portavoz y miembro de la vista. Iglesias, de 35 años, es un escritor, periodista y académico, pero es particularmente famoso por ser el anfitrión de varios programas de televisión y periodismo han sido un invitado frecuente de numerosos charla políticos españoles muestran también es un ex miembro del Partido Comunista Español . Iglesias fue elegido para el Parlamento Europeo en las últimas elecciones, la primera en la que participó su partido. Podemos consiguieron un 8 por ciento de los votos, ganando cinco asientos y convirtiéndose en el tercer partido español sólo cuatro meses después de su fundación. La agenda política de Podemos se centra con razón sull'ambientalismo sobre la lucha contra las grandes empresas, bancos y finanzas. Proporciona incentivos a las pequeñas empresas, la producción local de alimentos, el transporte público y la nacionalización de gran parte de los servicios públicos. Podemos no se opone sólo a la clase política española actual, que él llama "la casta", sino como Syriza Alexis Tsipras en Grecia también ha tomado posiciones fuertes en contra de la Unión Europea y Alemania, visto como la causa principal de la situación actual económico del país, apelando a todas las fuerzas que luchan contra el sistema, no sólo a las que se refieren a la izquierda. ¡Viva Podemos! Mario Pulimanti (Lido di Ostia-Roma)




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18 luglio 2017

Incendi dolosi ed incuria ambientale

L'Italia continua a bruciare anche se le cause naturali che possono scatenare un incendio boschivo sono estremamente rare. La presenza di una gran quantità di combustibile, la vegetazione, e di comburente, l’aria, non basta da sola a provocare il fuoco. Quello che manca, in un bosco, è il calore necessario per una reazione chimica a catena. I roghi, quando non dipendono da irresponsabilità o distrazione, sono quasi tutti dolosi, ossia appiccati con l’intenzione di radere al suolo la vegetazione. In parte si spiegano con la tradizione agropastorale che considera il fuoco un mezzo per procurarsi nuovo pascolo o, nel caso dei contadini, per rigenerare la fertilità del terreno. Nel resto dei casi, l’incendio doloso si lega quasi sempre a interessi speculativi legati all’edilizia, ma non solo: in alcune regioni il numero di incendi crea o conferma assunzioni di operai forestali precari. Non raramente è capitato che ad accendere un rogo siano stati proprio coloro che erano pagati per spegnerlo. A Roma sicuramente gli incendi sono causati da appalti bloccati, manutenzione del verde che non riparte. Un giro d'affari da centinaia di migliaia di euro, rimasto incagliato nell'inchiesta su Mafia Capitale e che ora potrebbe fare gola alla malavita. Comunque, al di là degli incendi, è davvero sconcertante l'incuria e l'assoluto disinteresse per la qualità dell'ambiente che si riscontra in alcune zone del nostro Paese. Sembra quasi che essere nati in territori straordinari non sia un privilegio da difendere con le unghie e denti, ma al massimo una risorsa da sfruttare, senza curarsi delle conseguenze Purtroppo però questa incultura e questa assenza di rispetto non sono un'esclusiva di certa Italia. Anche percorrendo strade delle nostre regioni capita non raramente di trovarsi di fronte a veri e propri scempi ambientali. L'amore per la propria terra dovrebbe essere un elemento naturale e imprescindibile della cultura di ciascuno di noi. Purtroppo, girando l'Italia, vien da constatare che molto spesso non sia così. Mario Pulimanti (Lido di Ostia –Roma)




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11 luglio 2017

Corsa dei tori a Pamplona: tradizione da vietare?

Corsa dei tori a Pamplona: tradizione da vietare? La città di Pamplona in Spagna è nota in tutto il mondo per la festa di San Fermín. Migliaia di persone si danno appuntamento ogni anno in questa località per vivere il rischio e l’emozione dei suoi famosi encierros, ritratti per l’eternità da Ernest Hemingway nel suo romanzo Fiesta. L’encierro è infatti la famosa corsa dei tori che ogni anno puntualmente si corre a Pamplona, in occasione della Fiesta di San Firmin, patrono di Navarra, tra il 6 e il 14 luglio. Evento che attira in questa graziosa cittadina spagnola dei Pirenei migliaia di turisti provenienti da ogni parte del mondo. In primis americani, australiani, sudafricani e neozelandesi che hanno come passatempo anche quello di gettarsi dalla cima della statua di santa Cecilia (alta 5 metri) nelle braccia della folla sottostante. I festeggiamenti iniziano col discorso ufficiale del sindaco della città e col lancio del chupinazo (razzo) dal balcone del municipio in Plaza Consistorial, a mezzogiorno del 6 luglio, e finiscono a mezzanotte del 14 luglio quando i partecipanti, vestiti di rosso e bianco, salutano la fiesta in Plaza del Ayuntamiento con una candela accesa in mano e cantando “pobre de mi” (letteralmente “povero me”). Per nove giorni le strade di Pamplona, resa famosa dallo scrittore Ernest Hemingway, che proprio all’encierro dedicò il suo primo romanzo di successo, Fiesta (Il sole sorge ancora), sono invase di giorno da centinaia di persone che corrono con i tori e di notte dalla gente che festeggia fino a tarda sera. Ma è proprio all’avvicinarsi dell’alba che l’atmosfera si surriscalda soprattutto per coloro che decidono di prendere parte attivamente alla corsa con l’obiettivo di entrare trionfalmente nell’arena, la Plaza de Toros, con un toro sbuffante alle calcagna. I meno coraggiosi (ogni anno ci sono feriti e qualche volta anche morti e si tratta sempre di turisti) si godono lo spettacolo di fronte al bar Zaldiki, in cima alla via che parte dal Coralles del Gas, dove vengono tenuti i tori, su Santo Domingo, o in uno degli anelli dell’arena, punto d’arrivo dell’encierro, dove, una volta entrati i tori, che sono spinti nei recinti dove verranno tenuti fino alla corrida della sera, uno sparo annuncia la fine dell’encierro a coloro che sono ancora nel percorso. Per accontentare la folla la vengono poi liberati i novillas ( i tori più giovani, con le corna rivestite da un’imbottitura) e per una mezz’oretta la folla dei corridori gioca al matador. Questa corsa breve ma intensa che in soli tre minuti copre gli 825 metri del tracciato si ripete tutti i giorni, dal 7 al 14 luglio. I razzi indicano ai corridori i vari momenti dell’encierro: il primo sparo annuncia l’apertura delle porte del cortile, il secondo avvisa dell’uscita di tutti i tori, il terzo (già nell’arena) segnala l’ingresso degli animali e il quarto avverte che i tori si trovano già nel loro recinto e che l’encierro si è concluso. Uno dei momenti più emotivi si tiene pochi minuti prima dell’inizio dell’encierro, quando i corridori si raccomandano a San Fermín cantando tre volte una litania davanti a una piccola immagine religiosa situata nella Cuesta de Santo Domingo. Irrinunciabile per molti anche lo spettacolo della corrida. Ogni sera se ne tiene una con sei dei tori che hanno partecipato alla corsa della giornata. Tra una corsa e l’altra immancabile una pausa in uno dei tanti bar di Pamplona dove stappare bottiglie di champagne, birra e sangria sempre che non si venga coinvolti in uno dei tanti “trenini” di persone che si formano e vanno in giro per le viuzze della città al grido di “agua, agua, agua” quando si passa sotto ai balconi delle case. Tori a parte nei nove giorni dell’encierro si tengono concerti, fuochi d’artificio, feste e balli sfrenati in puro stile movida spagnola, anche se l’attrazione principale rimangono comunque i tori che corrono per le vie della città e il fanatismo della gente. Durante le feste, difatti, tutte le mattine il centro della città è attraversato da sfilate di giganti e testoni, per la gioia dei bambini. Il programma di eventi comprende anche sagre, concerti, spettacoli di danza e ovviamente corride di tori, solitamente molto vivaci per la presenza nelle tribune di nutriti gruppi di amici. San Fermín si conclude il 14 luglio a mezzanotte, quando tutti si riuniscono nella piazza del Municipio e alla luce delle candele cantano il “Pobre de mí” (Povero me), congedandosi dalla festa fino all’anno successivo. “Non lasciarmi solo”, “Corrida è crudeltà”, “Nè tori in piazza nè vacche nel piatto”. Gli animalisti quest’anno hanno marciato pacificamente nel centro di Pamplona cantando, ballando e innalzando cartelli e striscioni che inneggiano ai tori e condannano le corride. Se i sondaggi indicano che l’amore per la tauromachia, tradizione secolare considerata parte del dna culturale del paese, è in calo in Spagna (il 58% è pronto a rinunciarvi), “los toros” rimangono molto popolari nell’estate spagnola. Quasi in ogni paesino encierros, le corse con i tori, e corride attirano centinaia di migliaia di spettatori, molti dei quali stranieri. Con un impatto economico non trascurabile, soprattutto in tempo di crisi: per l’Università di Extremadura il settore pesa 2 miliardi di euro, circa l’1% del Pil, e 200mila posti di lavoro. Il governo del premier conservatore Mariano Rajoy nel 2012 ha blindato la “fiesta” dichiarandola bene culturale nazionale, quindi protetto da possibili spinte abolizioniste. Ma dalla vittoria nel 2015 delle giunte di Podemos, in diverse grandi città del paese come Madrid, Barcellona o Valencia il fronte antitaurino è ogni giorno più potente. La Catalogna e le Canarie sono ormai corrida-free, il comune di Madrid ha tagliato le sovvenzioni al settore, l’anno scorso il fronte del no è riuscito a ottenere la fine della millenaria messa a morte con una lancia del Toro de La Vega a Torredesillas. Nelle arene e nelle corse di tori le tensioni fra taurini e anti hanno raggiunto livelli allarmanti, in una spirale di insulti, ma anche scontri e aggressioni, e attacchi personali alle famiglie di toreri morti incornati nell’arena. La Campagna animalista 2017 si preannuncia incandescente. L’obiettivo è ora di arrivare all’abolizione in Spagna, cavalcando il calo di simpatia per la fiesta – i giovani al 60% sarebbero contro – e la debolezza del governo pro-corrida di Rajoy ora minoritario. Da anni, in maniera simile alle critiche al Palio di Siena, gli animalisti chiedono la fine di questa tradizione che definiscono “barbarica”. E rispetto alla gara senese, la violenza cui gli animali sono sottoposti non è né incidentale, né non voluta. Tra le proteste più spettacolari si ricordano quelle proposte negli ultimi anni dalla PETA: la contro-organizzazione di corse di attivisti nudi. Si ripete, insomma, il conflitto fra gli elementi più folcloristici delle tradizioni europee e l’etica ambientalista/animalista che ne rintraccia l’obsolescenza e la drammaticità. Ci si chiede se sia giusto sottoporre shock psicologici e violenza fisica agli animali solo per soddisfare dei futili desideri umani. Certamente gli animali non devono essere mai maltrattati. Ritengo che non sia però giusto tagliare i ponti con delle tradizioni secolari, di cui è nutrita la nostra storia popolare, oltre che i ricordi di ogni partecipante. Mario Pulimanti (Lido di Ostia –Roma)




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20 giugno 2017

Auto bruciate dai piromani ad Ostia

Recentemente ad Ostia siamo ossessionati da un grande problema, essendo ostaggio di continui episodi vandalici, per la precisione incendi dolosi, che coinvolgono le autovetture e le facciate dei palazzi. Il fenomeno mi sembra che comunque non riguardi solo Ostia ma anche molte altre città italiane. L'obiettivo è sempre lo stesso, distruggere macchine o motorini parcheggiati sotto le case. Molte notti veniamo infatti svegliati dalle urla e dalle fiamme che avvolgono l’ennesima autovettura incappata sotto la mania scriteriata di questi presunti piromani. A rischiare in particolare sono soprattutto le persone che abitano ai pianterreni: il fuoco infatti lambisce spesso le finestre dei loro appartamenti. Gli episodi dapprima più sporadici, ora sono sempre più frequenti. Gli attentatori scelgono le auto privilegiando quelle della fascia medio-alta e l'impressione degli investigatori è che il più delle volte si proceda secondo un percorso casuale. Il fenomeno comincia a preoccupare. Sono state attivate misure di prevenzione con posti di controllo e punti di rilevazione. C'è qualche situazione interessante che polizia e carabinieri stanno sviluppando, ma l'attività investigativa è complessa. Tra l'altro non sempre i vigili del fuoco riescono a confermare l'origine dolosa delle fiamme, proprio perché l'incendio distrugge anche le prove. La diavolina brucia e non lascia traccia. Difatti dai primi accertamenti sembra che gli incendiari utilizzino la diavolina solida, che viene sistemata in genere all´altezza della ruota più vicina al serbatoio della benzina. In qualche caso sarebbe stata impiegata anche diavolina liquida, ma questa circostanza non è stata ancora accertata dai pompieri. I poliziotti e i carabinieri stanno effettuando diversi controlli, sono stati ascoltati alcuni testimoni, persone che hanno dato l'allarme e che possono ricordare qualche particolare utile a dare un volto e un nome agli autori dei roghi. Per smascherare i responsabili, si rovista anche nell'elenco dei piromani già finiti nei guai. Gli stessi agenti di polizia invitano anche a fare ronde, a stare accorti ad ogni rumore strano, ad armarci di telecamere in barba alla privacy. Non si sa se si tratti di piromania o di racket dei garage a pagamento ma ho notato purtroppo che finora i risultati sono stati scarsi. Mario Pulimanti (Lido di Ostia –Roma)




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28 aprile 2017

Fine di un matrimonio

Fine di un matrimonio E’ molto difficile che un matrimonio sopravviva a una crisi economica grave e all’angoscia che ne deriva, ma è pure molto difficile che sopravviva all’agiatezza e alla noia. Non solo, direi che le difficoltà economiche uniscono e, addirittura caricano un matrimonio di progetti, ma il denaro separa, e carica un matrimonio di problemi. Io credo che le difficoltà spesso inizino quando le coppie risolvono i loro problemi e gli rimane il tempo di veder morire la sera nei loro salottini, guardandosi in faccia. Quando hai problemi, non vedi la faccia; vedi il futuro. Quando non ti resta che la faccia, è un brutto affare. Penso, infatti, che la noia tra i coniugi sia uno dei grandi problemi che affliggono l’Italia. Anzi l’Europa. Anzi il mondo! Bisognerebbe inventare una legge per porvi rimedio. Credo inoltre che le grandi crisi domestiche si origino così. Per una coppia di sposi è molto facile avere un progetto di vita comune: entrambi pensano allo stesso tempo ad andarsene di casa, trovare un appartamento, ammobiliarlo, sfogliare i dépliant delle agenzie di viaggio e pianificare una scopata. Questo gli fa pensare che la vita abbia un senso e che siano nati l’uno per l’altra. Ma gli anni di matrimonio a poco a poco modificano la situazione, con la persistenza di una goccia d’acqua: nulla garantisce che il progetto di vita che desidera il marito coincida con il progetto di vita che desidera la moglie; non solo, uno dei due finisce per intralciare l’altro. Dopo un po’ sono due perfetti sconosciuti che si incontrano, si guardano, si rifiutano e cercano rifugio altrove. Ma non c’è comunque nulla da temere, poiché la saggezza occidentale ha previsto tutto: ormai ci sono rifugi eccellenti, come il lavoro, i pettegolezzi con le amiche. Il cinema, il teatro e il campionato di calcio. Chi crede che in una casa ci sia un mondo, si sbaglia: ci sono due mondi. Nemmeno i figli rinnovano il primo progetto comune, perché per i figli ciascuno ha un progetto diverso. In definitiva ci sono due sistemi perché una coppia consumata si prenda ancora per mano e rimanga unita. Uno è trovare un nuovo progetto di vita comune, come per esempio comprarsi un nuovo appartamento e altri mobili. Ma questo non è sempre possibile. L’altro sistema consiste in pratica nel non aver mai avuto un progetto di vita. E questo può sembrare terribile, lasciarsi vivere e non essere nessuno. Ma proprio lì potrebbe esserci una delle chiavi della felicità. Certo però è triste vivere così. Puzza di sconfitta. Mario Pulimanti (Lido di Ostia-Roma)




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27 aprile 2017

mare o campagna?

Mare o campagna? Dico la verità: a mia moglie piace la vita in campagna. Ad una sua amica, Simonetta come lei, dice: “Ti rendi conto lo squallore? Palazzi brutti, macchine, cartelloni arrugginiti. Io sono nata in campagna in mezzo alle mucche. Questa roba non fa per me. Prima o poi prendo Margot e me torno al paese”. Si gira a guardarla. “A Collevecchio, in Sabina. Ci sei mai stata?” “No. E’ bella?” “Ovvio, è Sabina, non ti basta?” risponde con un’alzata di spalle. L’amica tira un respiro. “Che palle. Vabbé, andiamo al bar. Ti va un tramezzino?” “Come ce li hanno, nel cellophane o sotto il tovagliolo?”. Lei guarda dura. “E secondo te io vado in un bar dove il tramezzino sta nel cellophane?” La ritengo un’offesa personale, Simo”. Ed escono chiudendo la porta. In casa lo spostamento dell’anta causa la caduta di tre colonne di fogli di Diritto Notarile di Gabriele che volano a terra come foglie morte. Così come gli appunti di letteratura tedesca di Alessandro. Vedete, Simonetta è così. Le piace stare seduta a guardare il sole che tramonta. Ha sempre desiderato avere una casa con un panorama meraviglioso, vicino al campo di olivi, alle vigne, al giardino di rose, ai gelsomini che profumano l’aria della sera. Avrebbe gradito, infatti, crescere i nostri due figli alla maniera degli antenati. Lei stessa avrebbe insegnato loro a fare il vino e ad allevare le api. Ed i nostri figli -a suo dire- sarebbero cresciuti in pace e sarebbero vissuti in serenità all’ombra di grandi alberi solitari, ascoltando il pigolio degli uccelli che, dopo essersi rincorsi in cerimonie di corteggiamento, cercano il nido su querce così alte che sembrano reggere il cielo. Al contrario, a me piace il mare. Il mare è lo specchio dei nostri pensieri, e sfortunatamente anche di quelli più profondi e malinconici. Riflette ciò che sta nascosto nelle profondità del nostro animo, le nostre paure inconfessate, perfino il volto della morte sembra trasparire, a volte, sotto la sua superficie liquida e mutevole, dietro l’orizzonte che fugge sempre più lontano, che non si fa mai raggiungere. Di sera, la luna sorge dal mare illuminandolo. E la superficie scagliosa del mare riflette i raggi della luna in mille sfaccettature tremolanti. Dite che sto parlando a coda di porco, intorcinata, non in forma esplicita? Vabbè, ok. Mi siedo sul divano, di fronte al mare. Ascolto Bob Dylan, a luci spente. Mi inganna l’oscurità. Sono un mercante di libri maledetti. Fuori dal tempo. Forse, non ho capito nulla. Né qui, né altrove. E morirò. In terre lontane? A Collevecchio? A Ostia? Sicuramente, sotto una cupola stellata. Alle radici del cuore. Addio arcobaleno, ciao. Con un sospiro, mi raggomitolo sul divano e rimango ad ascoltare il mare. Mario Pulimanti (Lido di Ostia-Roma)




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28 febbraio 2017

Attenzione alla dolce morte: fino all’ultimo momento l’uomo è un essere vivente.

Attenzione alla dolce morte: fino all’ultimo momento l’uomo è un essere vivente. Molti vorrebbero una legge su testamento biologico ed eutanasia, specialmente dopo la storia di Dj Fabo, che ha trovato volontariamente la morte a 39 anni in Svizzera, dove grazie all’Associazione Luca Coscioni ha potuto avviare il percorso del suicidio assistito. Sono perplesso. Infatti non sempre chi soffre, anche in un reparto ospedaliero di lunga degenza vuole morire. A volte è la nostra inconsapevole incapacità di accettare il dolore che ce lo fa pensare. Del resto non penso che debba essere un altro uomo a dover decretare quando e come un suo simile deve morire. Il compito della medicina è curare l’ammalato non sopprimerlo deliberatamente, anche se negli ospedali alcuni medici segretamente, per togliere dolori orribili, fanno coscientemente una dose di morfina che regala un sonno senza risveglio. Comunque ho qualche perplessità, soprattutto sulla vera volontà di morire delle persone. Del resto oggi, che il politicamente corretto regna in maniera assoluta, è politicamente corretto pronunciarsi a favore dell’eutanasia. E così i sostenitori dell’eutanasia credono di difendere la dignità umana chiedendo ai medici di praticare l’eutanasia sui pazienti per i quali non esiste alcuna possibilità di guarigione. La Chiesa Cattolica è contraria: Papa Benedetto XVI ha detto che " l'eutanasia è una falsa soluzione al dramma della sofferenza, una soluzione non degna dell'uomo", mentre Papa Francesco l’ha definita “un grave delitto contro la vita”. Personalmente, credo si tratti di un problema bioetico di notevole complessità, poco adatto ai ferrei e irrinunciabili convincimenti e che dia adito, invece, sempre secondo la mia modesta opinione, a dubbi personali, ripensamenti e perplessità. Da un lato, la nostra educazione moderna, laica e illuminista, sensibile in sommo grado ai diritti umani, ci porta a pensare che siamo legittimi proprietari della nostra vita, liberi di condurla come ci piace e perciò anche di interromperla quando l'esistenza ci appare troppo dolorosa o priva di significato. Come abbiamo il diritto di vivere riteniamo di avere anche il diritto di morire. Dall'altro, la nostra anima cristiana, cattolica, romantica, che sopravvive persino in quest'epoca di sbadata secolarizzazione, magari in forma larvata e inconscia, ma vigorosa, ci avverte che la sfera del razionale non spiega tutto e che la vita umana possiede un valore incommensurabile e una sacralità, che nessun dolore e nessuna disabilità autorizzano a scalfire. Conciliare e armonizzare questi due poli dialettici all'interno della nostra coscienza non è compito facile. Spesso la sintesi e l'equilibrio raggiunti sono provvisori e soggetti a ripensamenti. In ogni caso ritengo che sostenere il diritto inappellabile all'eutanasia come ad altre pratiche, non equivalga affatto ad affermare un principio di libertà e di civiltà ma risponda piuttosto a una visione della società che fa della fuga dalle responsabilità, individuali e collettive, una propria costante. Ciò non significa però che anche quelle posizioni meritino rispetto e debbano avere pieno diritto di cittadinanza nell'ambito di un dibattito su un tema complesso e delicato come quello del fine vita. Infatti il dolore e la morte sono temi con cui l'uomo contemporaneo non ama intrattenersi e preferisce rimuovere ed esorcizzare, stordendosi nell'attivismo e nel divertimento. In altre parole, rifiutando sia l’accanimento terapeutico che l’eutanasia, sono diffidente verso un'eutanasia affidata alla discrezione di un comitato di medici e infermieri, ai calcoli economici degli amministratori, agli interessi egoistici dei familiari. Certo, tutti abbiamo un diritto di morire bene, serenamente, evitando cioè sofferenze inutili. Perciò abbiamo il diritto di essere curati e assistiti con tutti i mezzi ordinari disponibili (per esempio il ricambio metabolico, l’alimentazione e l’idratazione, la terapia del dolore, ecc.) senza ricorrere a cure pericolose o troppo onerose e con l’esclusione di ogni accanimento terapeutico. Però c’è anche da considerare che il diritto di morire con dignità non coincide con il diritto all’eutanasia, la quale è invece un comportamento essenzialmente individualistico. Forse anche di ribellione. Solo un ultimo particolare: ho letto che i rimedi al dolore ci sono, e la necessità di chiedere la morte per sfuggire a un dolore insostenibile esiste solo nei quesiti delle inchieste che vogliono far passare tutti come sostenitori dell’eutanasia. Non a caso i più convinti sostenitori dell’eutanasia non hanno mai parlato di medicina palliativa e invece continuano a fare i loro sondaggi sull’eutanasia domandando se si preferisce morire piuttosto che soffrire dolori insopportabili. E’ ovvio il risultato, chiunque preferirebbe morire. Ma se i dolori sono trattabili, quasi tutti preferiscono vivere sino alla fine naturale: non è infatti vero che la vita ha senso solo se si è sani e autonomi, ma le esperienze di molti medici dimostrano che fino agli ultimi istanti l’uomo è un essere vivente. Inoltre nella mia mente si insinua pure un dubbio inquietante. Nelle nostre società ci sono tanti anziani, tante pensioni da pagare, tante cure da prestare, e se l’eutanasia fosse una soluzione economica, una risposta tecnica a un problema pratico, celata dietro la nobile richiesta di una morte dignitosa? Questo pensiero mi fa ribollire il sangue nelle vene, più della pressione alta. Ok, ora basta: esco dall’ufficio e mi confondo in mezzo alla gente, sentendomi infreddolito e fragile, sotto il tiepido sole dei primi di marzo che splende sui tetti con lo stesso calore e la stessa indifferenza di sempre. Un grazie con l’inchino e il cappello piumato e svolazzante a chiunque abbia letto queste mie parole. Mario Pulimanti (Lido di Ostia -Roma)




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17 febbraio 2017

Centri sociali violenti

La violenza nei centri sociali L'importanza dei centri sociali è fuori discussione. Qui ci sono moltissimi giovani che lavorano seriamente con iniziative di solidarietà e di impegno serio e costruttivo. Però, si legge spesso sui giornali di episodi non proprio limpidi, causati comunque non dai giovani dei centri sociali ma dalla presenza di elementi legati a correnti vicine all'anarchia insurrezionalista ed agli squatter che saltuariamente s'infiltrano in questi posti. Quindi non voglio certo dire, come ho sentito dire da persone impaurite da alcuni episodi incresciosi -rari, fortunatamente- che sulla porta dei centri debbano essere apposti segnali di pericolo, come facevano gli imperatori romani, i quali segnavano con la scritta "Hic Sunt Leones" le terre africane fuori dal controllo dell'impero. Però è indubbio che nei centri -dei quali, da democratico quale ritengo di essere, riconosco l'importanza culturale e politica- vicino a tantissimi giovani che fanno attività sociale di indubbio spessore politico e morale, ogni tanto s'infiltrano però degli elementi che non sempre amano seguire alla lettera gli insegnamenti di Ghandi. Il Mahatma, infatti, rifiutava la violenza come strategia di lotta in quanto la violenza suscita solamente altra violenza. E l'insegnamento del Grande Maestro -secondo il quale la verità non è mai stata rivendicata con la violenza- dovrebbe, a mio parere, sempre essere presa in considerazione se si vuole arrivare alla stesura di un qualsiasi programma politico credibile e che tenga conto delle esigenze degli elettori. Non dimentichiamoci, allora, le belle parole della Grande Anima, Mohandas Karamchard Gandhi! Mario Pulimanti (Lido di Ostia-Roma)




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17 febbraio 2017

GIUSTO RICORDARSI DELLE FOIBE

Giusto ricordarsi delle foibe Ho letto sui giornali che tra centri sociali e forze dell'ordine ci sono state tensioni per i vari convegni sulle foibe organizzati in tuta Italia. Ci sono infatti stati spintoni tra i gruppi antifascisti, polizia e carabinieri schierati a protezione dei partecipanti a questi convegni anti-foibe con manifestanti appartenenti ai centri sociali che hanno tentato di rompere i vari sbarramenti delle forze dell'ordine in tenuta antisommossa nei posti dove sono state organizzate le serate per la Giornata del ricordo delle foibe. Ritengo che non sia giusto dimenticare gli orrori dei partigiani titini e l'esodo degli italiani dalmati che ha scatenato reazioni, ire e insulti da parte di chi vuol vedere nello strazio di una terra vilipesa una mistificazione fascista e nell’esodo disperato di tanta gente solo la fuga di una marea di fascisti. E’ giusto, invece, ricordare questo pezzo scomodo di storia italiana perché riportare alla memoria il dramma, umano e familiare vissuto da centinaia di migliaia di persone non può certamente essere considerato un reato di lesa maestà, come molti invece affermano. Del resto nei primi anni quaranta moltissime persone sono state torturate e uccise a Trieste e nell’Istria controllata dai partigiani di Tito. E, in gran parte, gettate (molte ancora vive) dentro le voragini naturali che si trovano sull’altipiano del Carso. Sono le foibe. E’ assurdo pensare che, a guerra ormai finita, migliaia di persone hanno perso la vita ed è altrettanto assurdo pensare che, per tutti questi anni, la storia d’Italia è stata parzialmente cancellata da questi tristi episodi delle foibe. Infatti per lungo tempo la storia dopo averlo rimosso per anni, ora considera un fatto minore l’esodo giuliano-dalmata, con migliaia di esuli che, dopo la firma del Trattato di Parigi del 10 febbraio 1947, lasciarono i territori consegnati all’esercito del maresciallo Tito, per cercare rifugio in Italia, fuggendo dalla pulizia etnica e dalle foibe. La storia ci dice che l’Italia fascista prima e la Jugoslavia di Tito poi sono crollate. La prima dopo poco più di vent’anni, la seconda dopo il ’45, a dispetto delle loro politiche aggressive e razziste, con le quali avevano conquistato e difeso i loro confini, offeso gli abitanti della regione che non erano i propri. Una politica di apertura, di dialogo e conciliazione, di rispetto e difesa reciproci, avrebbe dato di più a tutti. Con la fine della guerra i titini invasero tutta la regione e finirono il lavoro iniziato nel 1943: si calcola che almeno 5-6mila siano stati gli italiani infoibati, che contando gli scomparsi non rientrati ed i deportati, nel complesso circa 20.000 furono le vittime di questa pulizia etnica mossa con sparizioni, infoibamenti in Istria e gli annegamenti con una pietra al collo in Dalmazia. Tutto questo derivò da una serie di ragioni: odio etnico contro gli italiani, voglia di conquista e l'instaurazione di un regime decisamente dittatoriale di stampo sovietico e repressivo come quello stalinista in URSS. Ragioni di politica internazionale e interna hanno impedito che si facesse piena luce ai drammi e alle sofferenze di quelle pagina di storia. Ma è incredibile che ancora ad oggi la burocrazia italiana non sia stata in grado di garantire a queste persone diritti di cittadinanza, come ad esempio un codice fiscale. La Resistenza può contare su dei libri di storia molto belli, il dramma dei giuliano- dalmati no. Del resto la Resistenza è diventata un luogo mitico-simbolico della nostra storia grazie alla grande narrativa dei vari Bassani, Cassola, Vittorini, Pavese. Perché è la grande narrativa che entra nel cuore della gente. La vicenda degli esuli, invece, è prima di questa drammaturgia che ha portato alla macro-rimozione della tragedia degli esuli. Una rimozione dai libri di storia e dalla nostra identità. E’ assurdo che la storia degli esuli dalmati sia stata dimenticata per oltre mezzo secolo. Purtroppo in Italia una parte di opinione pubblica continua ad essere vittima di una visione manichea delle vicende che, in particolare, segnarono la fine dell'ultima guerra mondiale e il dopoguerra. C'è un'irriducibile incapacità, rafforzata da anni di storiografia monocorde, a fare i conti in modo equilibrato ed equanime con i drammi e gli errori che, da tutte le parti, contraddistinsero quella tragica stagione. Etichettare come fascisti tutti coloro che scelsero di non vivere in Jugoslavia è il frutto di questo atteggiamento culturale. Ma è, per molti, anche il modo di non fare i conti con la propria storia personale. Di non riconoscere che, finalmente sconfitta la dittatura grazie anche alla Resistenza, in molti tra coloro che avevano valorosamente contribuito a liberare l'Italia dal fascismo, volevano imporre al nostro Paese un'altra dittatura, non meno feroce, quella del proletariato. La stessa da cui fuggirono centinaia di migliaia di esuli. Pagando un prezzo elevatissimo ai propri affetti, alla propria terra, alla propria identità. Ricordarli non è solo giusto. È un dovere. Del resto, è abominevole che qualcuno pensi che le foibe siano stato un atto giusto, come conseguenza o una vendetta ai vent’anni di soprusi del Fascismo. Sono convinto che vadano condannati entrambi i crimini, senza metterli in relazione tra loro. Mario Pulimanti (Lido di Ostia-Roma)




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7 febbraio 2017

“Così è...se vi pare” di Pirandello al teatro Nino Manfredi di Ostia

“Così è...se vi pare” di Pirandello al teatro Nino Manfredi di Ostia “Io sono colei che mi si crede” Così è...se vi pare, un classico di Pirandello, è in scena al teatro Nino Manfredi di Ostia dal 31 gennaio al 12 febbraio. L’importante cast, diretto da Claudio Boccaccini, è composto da Felice Della Corte (Direttore del Teatro Manfredi), Laura Lattuada, Riccardo Barbera, Paolo Perinelli, Andrea Bizzarri, Giancarlo Fares (che la prossima settimana salirà ancora il palco del Manfredi, stavolta con Emigranti) Martina Zuccarello e l’istrionico Pietro De Silva (il Bartolomeo ne “La vita è bella”, il commissario Boris Giuliano che fu ucciso per mano di mafia e che interpreta in una fiction di grande successo "Il capo dei capi". Ma anche il chirurgo di "Non ti muovere" per la regia di Sergio Castellitto o l'architetto anarchico ne "L'ora di religione" di Marco Bellocchio fino al tossicodipendente interpretato nel film "Henry" di Alessandro Piva. Inoltre per la serie "i delitti del BarLume" nel telefilm "Aria di mare" interpreta un pianista non vedente, un personaggio molto affascinante, e particolarmente ambiguo). Come ha detto il Presidente del Teatro Manfredi, Luciano Colantoni, si tratta di un classico senza tempo che nella messa in scena di Boccaccini ne vengono esaltati gli aspetti da thriller con un particolare accento sulla comicità insita al testo stesso. La trama è ambientata agli inizi del Novecento ed è tratta dalla novella “La signora Frola e il Signor Ponza suo genero”. In una città di provincia arrivano tre nuovi cittadini, reduci dalla perdita di tutti i loro parenti a seguito di un terribile terremoto, che ha raso al suolo la città in cui vivevano. Lui, il signor Ponza, si stabilisce con la moglie in un appartamento in periferia, affittando per la suocera, la signora Frola, un piccolo appartamento in centro. Tutti gli abitanti della cittadina si domandano in modo sempre più insistente per quale motivo i tre, da forestieri quali sono, non vivano assieme e costruiscono una serie di situazioni per interrogare in proposito genero e suocera: la moglie/figlia infatti non esce mai e non riceve in casa neanche sua madre, che la saluta dalla finestra e le manda tramite un “panierino” lettere quotidiane. I due personaggi vengono interrogati dai cittadini curiosi riuniti, in una sorta di “giuria popolare”, nella casa del prefetto; riportano versioni opposte, inconciliabili, che lasciano gli astanti perplessi, increduli, desiderosi in modo sempre più spasmodico di conoscere la Verità. L’unica soluzione sembra essere quella di convocare nel “tribunale popolare” anche la figlia/moglie, l’unica detentrice della verità, l’unica che deve necessariamente confermare la versione di uno e smentire quella dell’altro. E il dramma si chiude con l’ingresso sulla scena (il salotto, ambiente borghese per definizione) della figlia/moglie, velata e solenne, che conferma e smentisce entrambe le versioni, affermando alla fine, nell’ultima memorabile battuta, di non essere nessuna per se stessa, ma di essere “colei che mi si crede”. Come a dire: non esiste una verità, ne esistono tante quante sono le letture della realtà che ciascuno di noi può fare. I due personaggi davvero centrali di questo dramma non sono, come potrebbe credersi, i due protagonisti. Sono, invece, il gruppo dei concittadini uniti dalla curiosità e dalla credenza che debba necessariamente esistere una Verità rassicurante, da una parte; e Lamberto Laudisi, scettico spettatore di ciò che avviene sulla scena, fratello della padrona di casa (la moglie del Consigliere comunale), dall’altra. I concittadini, sempre più numerosi, disposti sul palco in assetto da corte marziale, incalzano con le loro domande ed elaborano le loro riflessioni, dandosi torto o ragione a vicenda e collocandosi in due partiti nettamente separati: a favore o contro la signora Frola o il signor Ponza. La risata di Laudisi, d’altra parte, chiude ogni atto; si tratta di una risata sarcastica, di scherno rispetto alle credenze del pubblico/giuria, che sente di dover esercitare la giustizia popolare facendo luce su una situazione che, in quanto contraddittoria, non può che prevedere la follia o del genero o della suocera. Laudisi, invece, che spesso parla con se stesso allo specchio (l’unico che sembra in grado di 'riflettere' davvero), si mette nella posizione – è facile identificarla con quella di Pirandello – di chi non solo non giudica personalmente, ma non ritiene neanche giusto che siano gli altri a giudicare ciò che non può essere univocamente interpretato come vero. “Ed ecco, o signori, come parla la verità! Siete contenti?" Mario Pulimanti (Lido di Ostia –Roma




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26 gennaio 2017

Sono contrario al vino senza alcol

Sono contrario al vino senza alcol L’Europa ha deciso per il sì al vino senza alcool ma i produttori italiani giustamente hanno protestato. Ma invano. Infatti ora anche in Italia è arrivato il vino senza alcol. Dopo l’apertura dell’Europa ai miscugli ottenuti da vini provenienti da diversi Paesi Ue e alla possibilità di etichettare con la dicitura generica vino comunitario il vino sfuso e magari importato a basso costo, ora abbiamo anche in Italia la dealcolizzazione parziale del vino. Si tratta di una pratica di cantina, prima vietata, volta a sottrarre con tecniche industriali dal vino una parte dell’alcol prodotto naturalmente dalla fermentazione. Ed è stata la Francia -il principale e tradizionale concorrente del Vigneto Italia- a portare avanti la pratica dell’allontanamento dell’alcol dal vino che del resto in questi ultimi anni è stato parecchio rivalutato per le sue proprietà salutari, perché bevuto nella giusta quantità non è nocivo. Ovviamente in dosi elevate causa serie malattie a carico del fegato (cirrosi epatica), del pancreas (pancreatite), innalzamento di pressione, aumento di radicali liberi e dunque di ossidamento cellulare, nonché invecchiamento cellulare accelerato che potrebbe sviluppare più velocemente cellule cancerogene. Poiché del vino l’imputato di tali nocive conseguenze è l’alcol, ecco che molti sostengono che l'iniziativa e scelta commerciale di produrre un vino senza alcol sia davvero importante, perché appare risolutiva, in quanto restano del vino tutte le altre importanti proprietà. Qualcuno dice che il sapore è dolce e gradevole, anche se sembra un po' annacquato. C'è invece chi apprezza maggiormente il gusto di questa nuova varietà di vino dealcolizzato. Per quanto mi riguarda, io sono sfavorevole al vino senza alcool, poiché questo, venendo meno alla sua classica peculiarità, non riuscirebbe più ad assolvere alle sue funzioni più importanti a favore del cuore. L’alcol inoltre aiuta nell’azione di contrasto di tutti quei fenomeni antinfiammatori, e aiuta il nostro corpo a gestire ed utilizzare al meglio gli zuccheri che attraverso la dieta introduciamo giornalmente. Come in tutte le cose è sempre bene la giusta misura: mai eccedere, ma neanche privarsi totalmente di una sostanza o di un alimento, salvo che non vi siano indicazioni ben precise da parte del proprio medico curante o di uno specialista. Non ci resta, credo, che seguire il buon senso, apparecchiare una bella tavola e al centro porre una bella bottiglia di buon vino, poco importa se rosso o bianco, purché sia bevuto con moderazione, meglio ancora se in buona e allegra compagnia. E, soprattutto, non dealcolizzato. Mario Pulimanti (Lido di Ostia- -Roma)




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3 gennaio 2017

La Befana vien di notte (o no?)

La Befana vien di notte (o no?) Amo Babbo Natale. Però da buon romano gli preferisco la Befana. Non è uno scherzo. Ve lo giuro. Sì sto parlando proprio di lei, della misteriosa vecchina che, a cavalcioni di una scopa, con il suo naso aquilino e indossando un gonnellone scuro e ampio, un grembiule con le tasche, uno scialle e un fazzoletto in testa, porta doni ai bambini buoni la notte tra il 5 e il 6 gennaio. A quelli cattivi porta invece una calza piena di carbone. I bambini le preparano, in un piatto, un mandarino o un’arancia e un bicchiere di vino. Il mattino successivo insieme ai regali troveranno il pasto consumato e l’impronta della mano della Befana sulla cenere sparsa nel piatto. In definitiva, lei è la personificazione della festività dell’Epifania che ricorda in ambito cristiano l’omaggio che i Re Magi offrirono a Gesù Bambino. State scuotendo la testa? E va bene, è giusto così. Sforzandomi di apparire rispettoso ma risoluto, non mi rimane che cantare allora: "La Befana vien di notte, con le scarpe tutte rotte, col cappello alla romana: Viva, viva la Befana!". Basta così. Mi sdraio sul letto, giro lentamente la testa e socchiudo un occhio. Ripenso alle Befane della mia infanzia. E sono contento. Disgustosamente contento. Poi mi addormento. Mario Pulimanti (Lido di Ostia –Roma




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2 gennaio 2017

Salvataggio del Mps un bene per l’economia italiana

Salvataggio del Mps un bene per l’economia italiana Sono convinto che sia stato giusto salvare il Monte dei Paschi di Siena, nonostante l’Europa fosse contraria. Infatti l’intera economia italiana trarrà beneficio dall’intervento dello Stato per salvare Mps, dato che con tale decisione sono stati tutelati non solo i correntisti e gli azionisti del Mps, ma l'intero sistema creditizio nazionale. E sono anche convinto che, dopo Mps, lo Stato entrerà anche in altre banche per garantirne la ricapitalizzazione ed evitarne il fallimento. Sarebbe stato però opportuno arrivare prima a questa conclusione, senza inseguire per mesi una difficile soluzione di mercato. Difatti era evidente che nessun privato si sarebbe mai fatto carico di un impegno così gravoso e carico di rischi. Si è così perso molto tempo e la banca si è ulteriormente impoverita perché migliaia di clienti se ne erano nel frattempo andati. Mario Pulimanti (Lido di Ostia –Roma)




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29 dicembre 2016

Turismo culturale da tutelare

Turismo culturale da tutelare L’Italia è un Paese universalmente conosciuto per la grande ricchezza culturale che lo caratterizza tra musei, siti culturali tra monumenti, aree archeologiche, beni architettonici vincolati; luoghi di spettacolo; siti Unesco, centinaia di festival ed iniziative culturali, tradizioni che animano i territori. Questa eredità rappresenta non solo il nostro passato e il presente, ma anche il futuro del Paese, una risorsa da tutelare e valorizzare e che ci rende unici nel panorama internazionale. Ma è ormai ampiamente noto come non sia sufficiente possedere una quota anche cospicua di beni culturali per attrarre automaticamente la domanda di consumo culturale. Un territorio come quello italiano dotato di un così ampio e articolato complesso di emergenze archeologiche, di siti storico-architettonici, di beni artistici, di paesaggi culturali, di tradizioni storiche richiede un livello di progettazione adeguato per l’offerta dei servizi culturali che rendano facilmente fruibili i beni artistici. Ciò significa, non soltanto rendere accessibili musei o aree archeologiche, biblioteche o parchi ambientali, ma qualificare la rete di servizi primari che ne favoriscano la corretta fruizione: informazione, comunicazione, trasporti e ricettività turistica. Il turismo culturale continua a rappresentare una quota rilevante dell’industria turistica nazionale. Del resto l’Italia è il Paese con il più elevato numero di beni artistici e culturali, ma per la nostra incapacità di valorizzarli in modo adeguato, non siamo il Paese con il più elevato numero di visitatori. Rilanciare il turismo e il turismo culturale significa, dunque, creare le condizioni per sviluppare il Pese in una logica territoriale omogenea, creare occupazione e fare del turismo il più importante settore industriale su cui l’Italia possa contare per la crescita. Mario Pulimanti (Lido di Ostia -Roma)




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15 dicembre 2016

GOVERNO DEBOLE

Governo debole Siamo di fronte di un governo più debole di quello precedente sia sul piano politico, visti i risultati del referendum, sia sul piano della compagine ministeriale: aldilà delle parole, il governo Gentiloni ha le sembianze di un governo Renzi ma senza Renzi e, comunque la si pensi, già questa non è una differenza da poco. Inoltre le poche novità ministeriali decise da Gentiloni sono essenzialmente la conseguenza di manovre interne alla maggioranza, funzionali soprattutto a salvaguardare gli equilibri interni al Pd: qualche concessione alla sinistra, ma senza penalizzare i renziani. È infine più debole sul piano numerico perché, se manterrà fede a ciò che ha dichiarato, non avrà i voti di Verdini e dei suoi. Spero, comunque, che questo Governo almeno riesca ad elaborare una riforma elettorale decente e sufficientemente condivisa. Mario Pulimanti (Lido di Ostia -Roma)




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15 novembre 2016

Frutta e verdura nelle mense scolastiche

Frutta e verdura nelle mense scolastiche Il programma europeo “Frutta e Verdura nelle Scuole” è finalizzato ad aumentare il consumo di frutta e verdura da parte dei bambini e ad attuare iniziative che supportino più corrette abitudini alimentari e una nutrizione. Ritengo che sia una buona iniziativa quella di fornire frutta nelle mense scolastiche, per educare i bambini all'uso quotidiano. Infatti distribuire frutta nelle scuole è di per sé un'ottima cosa dal punto di vista dell'educazione alimentare. È anche un'iniziativa culturalmente ed economicamente lodevole perché abitua i bambini a consumare prodotti naturali e del territorio. Ora l'Italia ha ottenuto fondi per oltre 26 milioni di euro per l'edizione 2016-2017 di questo programma comunitario “Frutta nelle scuole”. Così, per l’ottavo anno consecutivo potrà quindi continuare la campagna di sensibilizzazione del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, che ha raggiunto già più di quattro milioni di alunni, con lo scopo di trasmettere l'importanza di sane abitudini alimentari fin dai primi anni dell'infanzia, e che coinvolge, oltre agli alunni delle scuole primarie di tutte le Regioni italiane, anche i loro genitori e insegnanti. Certo, non è tutto oro quello che riluce: tre anni fa sui giornali è apparsa la notizia di un gruppo di persone, un misto fra politici e manager, inquisito per una truffa da circa trenta milioni di euro per appalti truccati. Ed uno dei settori interessati era proprio quello riguardante iniziative dirette alla fornitura di frutta nelle scuole. Purtroppo temo siamo sempre stati un po' così: armati di buone intenzioni, ma spesso disarmati nel realizzarle, lasciando quindi campo libero a furbetti e malfattori. E naturalmente c'è chi se ne approfitta. Oscar Wilde diceva: "Le cose peggiori sono sempre fatte con le migliori intenzioni". In ogni caso con questa iniziativa molti bambini hanno modo di fare merenda in modo sano, per abituarli sin da piccoli al consumo regolare di frutta, preziosa alleata per il loro benessere. Un progetto che mi piace molto e mi auguro che possa essere presto esteso a tutte le scuole, non solo alla primaria, diventando permanente perché la salute passa anche dalla tavola. Mario Pulimanti (Lido di Ostia –Roma)




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14 novembre 2016

FLOP MASCHILE

Flop maschile In Italia quasi il 30% degli uomini sopra i 50 anni, soffre di disfunzione erettile, avendo infatti un deficit dell’erezione e una diminuzione delle erezioni involontarie al risveglio, e l’eiaculazione permane seppur di volume a volte ridotto, con orgasmo attenuato. E, ovviamente, le donne non gradiscono. Oltre all’età, le cause dell’impotenza vanno ricercate anche nelle cattive abitudini: alcol, fumo e sedentarietà. Questi stili di vita poco salutari dopo i 50 anni aumentano il rischio di disturbi sessuali e di cancro alla prostata, avvertono i medici. Per cercare di risolvere i problemi di letto, gli italiani ricorrono sempre più spesso e a tutte le età, alle pillole dell'amore: Viagra, Cialis e Levitra. Si allarga l'armamentario farmacologico per chi ha difficoltà a letto. Ho sentito dire che ora arriverà sul mercato il “francobollo dell'amore” a base di sildenafil. Si tratta di una sorta di cerotto che si scioglie in bocca e fa effetto dopo circa mezz'ora. Uno dei miei registi preferiti è Gianni Di Gregorio che non ha il piglio da eroe di Nanni Moretti, l’aria da artista severo di Marco Bellocchio o il piglio travolgente di Paolo Virzì. Lui è dimesso, dolce, tranquillo, sorridente. Eroe di un cinema in punta di piedi. E, nella sua garbata commedia “Gianni e le donne” ad un certo punto al sessantenne protagonista maschile fa esclamare questa frase: “Da giovane ero contento quando le donne mi dicevano sì. Ora ho paura se lo fanno!” Del resto, l'erezione è come la teoria della relatività. Più ci pensi e più diventa difficile. Mario Pulimanti (Lido di Ostia -Roma)




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11 novembre 2016

Leonard Cohen: addio a un poeta

Leonard Cohen: addio a un poeta Addio a Leonard Cohen, morto a 82 anni. Il suo primo album “Songs of Leonard Cohen” è uscito nel 1967, quando il cantautore aveva 33 anni. L’ultimo, “You want it darke”, lo scorso 21 ottobre. Quando quest’estate è morta Marianne Ihlen, la sua musa ispiratrice, la sua antica amante, Cohen le ha scritto una lettera meravigliosa, una poesia che Marianne ha fatto in tempo a leggere prima di morire e in cui Leonard Cohen stesso prediceva la sua morte: “Ti ho sempre amata per la tua bellezza e la tua saggezza, ma non serve che io ti dica di più poiché lo sai già. Adesso, voglio solo augurarti buon viaggio. Addio vecchia amica. Amore infinito. Ci vediamo lungo la strada. È venuto il tempo in cui si è vecchi e i nostri corpi cadono a pezzi: credo che ti seguirò presto. So di esserti così vicino che se tu allungassi la mano, potresti raggiungere la mia.” Ho allevato i miei figli con Bob Dylan, Bruce Springsteen e Leonard Cohen. Leonard Cohen, il poeta della musica. Sì, se non ci fosse stato Leonard Cohen con le sue storie delicate e nello stesso tempo dure, poesie esistenziali su tessuti sonori, la mia vita sarebbe stata più povera. Mario Pulimanti (Lido di Ostia -Roma)




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19 ottobre 2016

Giusto il Nobel a Bob Dylan

Giusto il Nobel a Bob Dylan Sono da sempre un grande fan di Bob Dylan ed ascolto i suoi dischi da quando avevo undici anni. Questo grande artista ha influenzato assolutamente tutto il paesaggio musicale degli ultimi 40 anni. Conosce pochissimi accordi eppure la sua esecuzione ha sempre qualcosa di speciale, di riconoscibile. Ci sono degli errori che sono diventati parte del suo suono. Del resto, per la prima volta introdusse l’elemento civile nelle canzoni. È lui che ha creato la canzone civile, parlando anche della guerra nucleare. Dylan è la quintessenza del rock’n'roll. Ho cominciato ad ascoltarlo a metà degli anni Sessanta, quindi non l’ho mai considerato un cantautore o un poeta folk. Per me lui era rock, elettricità, movimento. Quando, per esempio, canta "Hurricane", sembra il canto di un pugile, di un combattente e penso che si possa ben dire che, come Elvis ci ha liberato il corpo, Bob Dylan ci ha liberato la mente. La prima volta che ho ascoltato "Highway 61 Revisited" sono rimasto affascinato dai suoni di tutti gli strumenti che ci sono in quel disco. Veramente emozionante. E’ senz’altro vero che è difficile dire su Dylan qualcosa che non sia già stato detto, e magari dirlo anche meglio. Basterà forse ribadire che Bob Dylan è un pianeta ancora inesplorato. Per un cantautore lui è indispensabile almeno quanto lo sono per un falegname chiodi, martello e sega, e, come ha detto parlando di lui un altro grandissimo della musica internazionale, Tom Waits: "In Dylan sono importanti anche i fruscii dei suoi bootleg degli anni Sessanta e Settanta. Lui vive nell’essenza delle sue canzoni". E allora rieccolo con 10 canzoni inedite, il suo 46esimo disco, il 33esimo realizzato in studio. Questa volta, con il nuovo album "Together Through Life", canta l’amore. Ovvero l’amore secondo Dylan. Un amore disperato e struggente o, al limite, giocoso e lascivo, come vuole la tradizione blues. Certo nessuno si aspettava un nuovo album a meno di 3 anni dall’ultimo. Tra un disco e l’altro, ormai, il menestrello ci aveva abituati a ben altre pause. Basta scorrere le date di uscita dei quattro lavori precedenti. Under the Red Sky 1990, Time Out of Mind 1997, “Love & Theft” 2001, Modern Times 2006. L’ultimo, in particolare, gli aveva restituito un successo degno dei tempi migliori, riportandolo per la prima volta dal ‘76 in vetta alle classifiche di tutto il mondo. Ma Dylan, a 68 anni suonati, impegnato in una turnèe infinita ( il Never Ending Tour) che, dall’88 a oggi lo vede mantenere una media difficilmente sotto i 100/120 concerti l’anno, non ne vuole sapere di riposare sugli allori. Di Together Through Life si sta dicendo e si dirà di tutto, come sempre di ogni suo nuovo lavoro. Che è un capolavoro, che il menestrello ha perso il tocco, che si ripete, che riesce ancora ad innovare, che non ha più voce Niente di nuovo. In realtà, Bob segue ormai una strada che ha incominciato a percorrere almeno 20 anni fa. Il suo cammino è tutto nel solco della tradizione americana, della musica che ascoltava quando era ragazzino (non di quella che faceva lui da giovane). Appena ventenne, si sforzava di sembrare vecchio nel timbro e nell’intonazione vocale. E oggi è arrivato nel punto dal quale, forse, voleva partire. Ritornato, dopo le sbandate degli anni ’80, come reincarnazione di un bluesman girovago, non ha più cambiato rotta. Quello che è stato uno dei più grandi innovatori della musica, l’eroe per antonomasia della controcultura, ci offre, oggi, un sound che sembra arrivare da una macchina del tempo sintonizzata sugli anni ‘40/50. Ma, a pensarci bene, non è questa la vera trasgressione, il vero strappo con la musica sintetica e prefabbricata che domina, i giorni nostri, le classifiche? Non è questa la colonna sonora dei veri “Modern Times”? E se il penultimo album era un capolavoro, una sorta di manifesto di questo Dylan fuori dal tempo, Together Through Life è un gioiellino, una perla che va ascoltata e riascoltata. Questa volta il menestrello non canta l’apocalisse e la fine dei tempi .Con la collaborazione di Robert Hunter, paroliere dei Greateful Dead, scrive invece delle canzoni d’amore. Ma il tocco del vecchio Bob riaffiora qua e là come un fiume neanche troppo sotterraneo. “Oltre qui non c’è niente" -dice lapidario alla sua bella, alla fine di "Beyond Here There Is Nothin- "niente che non sia già stato fatto e niente che non sia già stato detto.” Ed ora che gli è stato giustamente insignito il Premio Nobel per la Letteratura. Il 13 ottobre del 2016. Proprio nel giorno della morte del grande Dario Fo. Grande, grandissimo Dylan. Giù il cappello. 75 anni e continui ancora a stupirmi. Mario Pulimanti (Lido di Ostia-Roma)È lui che ha creato la canzone civile, parlando anche della guerra nucleare. Per me Dylan è la quintessenza del rock'n'roll. Ho cominciato ad ascoltarlo a metà dei Sessanta, quindi non l'ho mai considerato un cantautore o un poeta folk; per me lui era rock, elettricità, movimento. Quando, per esempio, canta "Hurricane", sembra il canto di un pugile, di un combattente e penso che si possa ben dire che, come Elvis ci ha liberato il corpo, Bob Dylan ci ha liberato la mente. Poi, a proposito di un suo famoso brano "Highway 61 Revisited", mi piace ricordare che, la prima volta che l'ho ascoltato, sono rimasto affascinato dai suoni di tutti gli strumenti che ci sono in quel disco. Veramente emozionante. E’ senz'altro vero che è difficile dire su Dylan qualcosa che non sia già stato detto, e magari dirlo anche meglio. Basterà forse ribadire che Bob Dylan è un pianeta ancora inesplorato. Per un cantautore lui è indispensabile almeno quanto lo sono per un falegname chiodi, martello e sega, e, come ha detto parlando di lui un altro grandissimo della musica internazionale, Tom Waits, che io condivido pienamente: "In Dylan sono importanti anche i fruscii dei suoi bootleg degli anni Sessanta e Settanta. Lui vive nell'essenza delle sue canzoni". Modern Times è stato il suo ultimo albumi. Esattamente il suo 44 album. Grande, grandissimo Dylan. Giù il cappello. 75 anni e continui ancora a stupirmi. Ed ora gli é stato giustamente insignito il premio Nobel per la Letteratura. Il 13 ottobre del 2016. Proprio nel giorno della morte del grande Dario Fo. Mario Pulimanti (Lido di Ostia -Roma)




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